Imperialismo francese dietro la guerra in Centroafrica

Imperialismo
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Imperialismo – La Repubblica Centroafricana è terra insanguinata ormai da anni; è il solito Stato ritagliato dal nulla dalla potenza coloniale (la Francia) che non ha mai allentato la presa sulle sue ricchezze minerarie: oro, diamanti, terre rare, ma soprattutto uranio; un coacervo di etnie e di differenze che vede un nord più povero e islamico (con circa il 20% della popolazione) tradizionalmente soggiogato da un sud più ricco, cristiano–animista.

Nel 2003, subito dopo il golpe con cui Bozize aveva preso il potere per aumentare il controllo delle etnie meridionali sullo Stato, Michel Djotodia fonda Sèlèka (che in lingua sango significa coalizione), raggruppando tutte le milizie delle etnie islamiche (che sono diverse). Inizia una guerra lunga, dimenticata dai media quanto sanguinosa (la Guerra dei Cespugli) conclusa con gli accordi di Libreville del 2008. Con quegli accordi, i miliziani di Sèlèka sarebbero stati integrati nell’Esercito e sarebbero stati garantiti diritti e rappresentatività nel governo alle etnie del nord. Come sempre capita in questi casi, gli accordi rimasero lettera morta e nel dicembre del 2012 l’insurrezione riprese con maggior vigore fino alla caduta di Bozize e alla nomina di Djotodia a capo del Consiglio di Transizione.

Detta così la cosa pare semplice: una riuscita rivolta di oppressi contro oppressori; in realtà le cose sono più complesse (e assai più “pelose”). Il successo di Sèlèka è dovuto infatti all’appoggio di Sudan e, soprattutto, del Ciad, intenzionati a spartirsi il controllo sulla Repubblica Centroafricana e sulle sue risorse minerarie, tanto è vero che dei circa 3.500 miliziani, almeno 1.500 erano mercenari sudanesi e ciadiani. Inoltre, il Ciad ha sostenuto con particolare forza l’ascesa della comunità zaghawa, comunità che, oltre ad essere presente in Centroafrica è presente in Ciad e a cui appartiene il suo presidente Idris Deby.

Gli interessi di Parigi

Ma non è tutto e nemmeno il peggio: dietro N’djadema (il Ciad insomma), c’è l’ombra e non solo della Francia, che ha un gran peso nel Paese (e sul presidente Deby) e vi mantiene anche una solida presenza militare con la missione Epervier. Per comprendere gli interessi di Parigi occorre fare un passo indietro. Negli ultimi anni di potere, Bozize aveva mostrato di non gradire più i condizionamenti e le ingerenze francesi nel Centroafrica, particolarmente pesanti nello sfruttamento delle risorse minerarie, in testa l’uranio, di cui il gruppo francese Areva ha il pratico monopolio nell’area. Per sottrarsi a quell’abbraccio soffocante, Bozize aveva sottoscritto un accordo di cooperazione militare (nel tentativo non riuscito di coprirsi le spalle) ed economico (per le concessioni di licenze di ricerca e sfruttamento di giacimenti minerari) con il Sud Africa; ma non ha fatto in tempo, l’improvviso riesplodere dell’insurrezione lo ha deposto instaurando un governo assai più sensibile alle esigenze francesi.

In ogni caso la storia non si ferma qui, anzi. D’jotodia, preso il potere, inaugura un regime di crescente autoritarismo epurando i leader più influenti della ribellione come Nelson N’jadder e Abdullay Miskine, e sciogliendo Sèlèka, forse pensando di avere le spalle coperte dal Ciad (e dalla Francia), ma il Paese cade in preda al caos. Si formano un’infinità di bande armate che finiscono per gravitare in due blocchi: da una parte i mercenari ciadiani e sudanesi insieme ad alcune fazioni di Sèlèka, dall’altra la restante parte di Sèlèka e i residui fedeli di Bozize. In questo marasma le forze di sicurezza, già assai deboli e tali solo di nome, collassano del tutto, lasciando la popolazione totalmente in balia di bande armate.

La conseguenza principale di tutto questo è stata la trasformazione di un conflitto fino ad allora politico (per quanto questo si possa dire di un simile mattatoio) in un conflitto etnico–religioso, con lo sterminio indiscriminato di intere comunità sulla base della semplice appartenenza all’una o all’altra delle etnie. È in tale contesto di scontro settario e religioso, che irrompe sulla scena la penetrazione di gruppi salafiti e qaedisti, soprattutto lungo i confini con il Sudan e il Ciad. Come già detto in un nostro precedente articolo sul Sahel, lo scopo vero di queste formazioni, nel contesto centroafricano, consiste nell’approfittare del caos per sfruttare il contrabbando di diamanti, terre rare, armi e traffici di uomini ufficialmente per autofinanziarsi, in realtà a semplici fini di lucro.

Lo spaventoso aggravarsi della situazione, che ha avuto nei massacri di Banguì il suo culmine più conosciuto (oltre 300 uccisi dai miliziani islamici), ha spinto la Francia a intervenire in modo ufficiale. Da un canto ha fatto pressione sul Consiglio di Sicurezza dell’Onu perché autorizzasse un intervento internazionale, dall’altro ha immediatamente avviato l’operazione Sangaris con lo scopo di disarmare le milizie e stabilizzare la situazione, in attesa che la missione Misca organizzata dall’Unione Africana sotto l’egida dell’Onu (già presente quanto inefficace in Centroafrica con altre missioni) riesca a prendere il controllo della situazione. Secondo l’Unione Africana, Misca (Missione Internazionale Supporto Repubblica Centroafricana) dovrebbe mettere in campo fino a 6mila militari a fronte dei 3mila attuali delle altre missioni, con contingenti forniti da Camerun, Gabon, Congo Brazzaville e, appunto, Ciad (alla faccia della terzietà!).

Imperialismo francese

In verità, il motivo principale che ha spinto Parigi a spedire in tutta fretta i 1.600 paras e legionari di Sangaris non è solo la protezione dei circa 1.200 francesi residenti nella Repubblica Centroafricana (per buona parte tecnici e maestranza specializzate nella ricerca ed estrazione mineraria di aziende francesi), quanto proteggere i giacimenti di uranio di Bakouma, che, insieme a quelli di Arlit in Niger, assicurano il suo approvvigionamento del minerale, a costo invero assai basso (e per inciso, da un canto ricordiamo quanto la Francia dipenda dall’energia prodotta dalle sue centrali nucleari, dall’altro ci spieghiamo la sua scelta sul nucleare, ritenendo di contare su questi giacimenti come fossero cosa propria).

Quanto abbiamo detto si commenta da sé per chiunque legga, tuttavia vogliamo aggiungere qualche notazione; primo: questa, come le altre guerre dimenticate che insanguinano la regione, sono l’ennesimo lascito di un colonialismo cinico e ottuso che ha giocato con i destini dei popoli, cercando di rapinare quanto ha potuto senza nulla provare a costruire.

Secondo: l’imperialismo, chiunque lo eserciti, obbedisce sempre alle stesse logiche, sfruttando e manipolando senza scrupolo alcuno in nome dei soliti ed eterni interessi nazionali, sulle spalle dei popoli che vengono usati e calpestati.

Terzo: come abbiamo già detto in un altro articolo, è tutta l’area del Sahel ad essere una colossale polveriera; non speriamo che qualcuno ci ascolti, ma senza un massiccio intervento internazionale di stabilizzazione e di vero supporto a quelle popolazioni, ci troveremo presto con l’inferno sulle rive del Mediterraneo. E allora pagheremo molto, molto di più.

di Salvo Ardizzone

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