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Bangladesh: crimini ed abusi di una polizia senza legge

di Laura Gargiulo

Blood on the street, è questo il titolo del rapporto pubblicato da Human Rights Watch nei giorni scorsi in cui si denuncia la forza eccessiva utilizzata dalle forze di sicurezza in Bangladesh per sedare le rivolte in piazza. Sono più di 150 i manifestanti uccisi dallo scorso febbraio e almeno 2.000 i feriti, senza contare gli arrestati e nulla è stato fatto dalle autorità di governo per perseguire i responsabili delle forze di sicurezza. L’accusa è stata supportata dalle 95 interviste rilasciate dai familiari delle vittime e altri testimoni, in cui sono documentate anche le uccisioni di una dozzina di rappresentanti delle forze di sicurezza e del governo, oltre ad esecuzioni extragiudiziali.

L’origine degli scontri è da ricercare nella risposta alle decisioni del Tribunale penale internazionale istituito lo scorso febbraio, per processare i responsabili dei crimini di guerra durante la guerra di liberazione del paese nel 1971. Inoltre, le attuali elezioni nazionali favoriscono il dilagare di proteste e potrebbero essere motivo di ulteriore spargimento di sangue se il governo non prenderà severe misure contro le forze dell’ordine, afferma Brad Adams, direttore per l’Asia di Human Rights Watch. Numerose sono state anche le manifestazioni che chiedevano la pena di morte per un membro del partito Jamaat-e-Islami dopo che gli era stato accordato l’ergastolo, mentre i sostenitori del partito hanno protestato contro la decisione della pena di morte per la vice-presidente Delwar Hossain Sayedee.

In seguito, ogni forma di rivolta da parte degli aderenti al partito è stata repressa mentre in quell’occasione numerose sono state le vittime delle forze di sicurezza tra manifestanti e passanti. Un altro abuso di forza da parte della polizia è stato registrato durante la protesta del movimento islamico Hefazat-e-Islami tenutasi il 5 e il 6 maggio scorso nella capitale, Dakha. Sarebbe opportuno che il governo del Bangladesh nominasse una commissione indipendente per indagare su questi crimini e perseguirne i responsabili, e consentisse a relatori speciali delle Nazioni Unite di entrare nel paese per effettuare valutazioni indipendenti.

Inoltre, risulta che le forze di sicurezza abbiano usato accuse penali pretestuose per intimidire i testimoni e i familiari delle vittime. Dopo le proteste la polizia ha presentato migliaia di denunce contro ignoti, sarebbe quindi entrata in queste comunità e avrebbe usato questi rapporti come giustificazione per arresti arbitrari, soprattutto di sostenitori del partito Jamaat. Hrw ha anche denunciato un restringimento di spazio per i media e la chiusura di alcune televisioni di opposizione come TV islamica e Diganta TV, che trasmettevano in diretta dai luoghi di protesta. Blogger e giornalisti sono stati arrestati e quotidiani d’opposizione chiusi, come l’Amar Desh. Il direttore Adams sostiene fermamente che: “Il governo può adottare misure ragionevoli per limitare l’incitamento alla violenza, ma questo non significa che debba arrivare alla chiusura dei media dell’opposizione”.

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