Gaza tra collasso umanitario e ricostruzione bloccata

Mentre continua il genocidio israeliano contro Gaza, la situazione umanitaria nella Striscia peggiora drammaticamente.
Fin dal lancio del “Consiglio per la Pace” durante il Forum Economico Mondiale, l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha cercato di promuovere un piano basato su un’equazione chiara: ricostruire Gaza in cambio della fine del dominio di Hamas e del suo disarmo.
Washington si è impegnata a fornire ingenti finanziamenti per la ricostruzione, compresi contributi diretti americani pari a 10 miliardi di dollari in dieci anni, oltre alle promesse di altri finanziamenti da parte dei Paesi del Golfo.
Tuttavia, il piano si è scontrato fin dall’inizio con due ostacoli fondamentali: il rifiuto di Hamas di consegnare le armi alle condizioni imposte da Israele e l’insistenza del regime israeliano nell’utilizzare gli aiuti e la ricostruzione come strumento di pressione politica e di sicurezza.
I dati contenuti nel rapporto rivelano che l’amministrazione Trump, nonostante il suo coinvolgimento diretto nei negoziati, non è stata in grado di imporre un cambiamento fondamentale nel comportamento israeliano all’interno di Gaza.
Gaza, influenza americana sul governo Netanyahu rimane limitata
Mentre Washington chiedeva a Tel Aviv, durante i negoziati al Cairo, di allentare le operazioni militari, Israele ha intensificato gli attacchi, in particolare con l’assassinio del comandante in capo del braccio armato di al-Qassam, Izz al-Din al-Haddad.
Secondo Haaretz, l’influenza americana sul governo Netanyahu rimane limitata, nonostante la crescente dipendenza di Israele dal sostegno statunitense a causa del suo sempre più marcato isolamento internazionale.
Questa contraddizione tra la linea politica e l’escalation militare mette a dura prova il piano americano, soprattutto perché Israele continua a imporre nuove realtà sul terreno all’interno della Striscia, tra cui l’espansione delle aree sotto controllo militare e la riduzione degli spazi a disposizione della popolazione palestinese.
Un cancello soggetto a restrizioni
Al di là dei piani politici, la realtà umanitaria a Gaza rimane governata da rigide restrizioni israeliane, soprattutto per quanto riguarda gli aiuti umanitari e il movimento di malati e feriti attraverso il valico di Rafah, l’unica via di accesso al mondo esterno per gli abitanti della Striscia.
Nonostante l’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco, il volume degli aiuti giunti nella Striscia è rimasto di gran lunga inferiore al fabbisogno effettivo, poiché il numero di camion autorizzati ad entrare in base all’accordo è sceso da circa 600 al giorno a circa 250.
Israele impone inoltre severe restrizioni all’ingresso di carburante, attrezzature mediche, materiali edili, tende e case prefabbricate, nonostante ciò fosse previsto nella prima fase dell’accordo di cessate il fuoco, con il pretesto del “duplice uso”, mentre Israele sostiene che l’ingresso delle case prefabbricate rappresenti l’inizio del processo di ricostruzione prima dell’attuazione della condizione del disarmo di Hamas.
Per quanto riguarda il valico di Rafah, rimasto chiuso per lunghi mesi, attualmente opera a ritmo molto ridotto, a causa delle sovrapposizioni tra le restrizioni egiziane e israeliane che impediscono alla maggior parte dei residenti di Gaza di lasciare la città, ad eccezione di un numero limitato di malati e feriti. Il mondo resta colpevolmente inerme.
di Redazione



