Qassem Soleimani apre le porte dell’inferno agli Usa

Qassem-Soleimani
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Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), e Abu Mahdi al-Muhandis, vice comandante delle Hashd al-Shaabi, sono stati uccisi a Baghdad da un attacco aereo statunitense. Il raid, avvenuto intorno alla mezzanotte fra giovedì e venerdì 3 gennaio, ha causato almeno otto vittime. Secondo quanto riferito da fonti della sicurezza irachena, oltre al Generale Soleimani e al-Muhandis, fra i morti si contano altri quattro membri delle Hashd al-Shaabi. L’attacco è avvenuto all’aeroporto di Baghdad dove il capo della Forza Quds era appena giunto. Stando ai primi rapporti, le due auto del piccolo convoglio che stava portando Soleimani alla Capitale sono state centrate e completamente distrutte da missili lanciati da droni. Il corpo del Generale è stato subito identificato grazie a un anello che portava sempre.

Assassinio autorizzato da Trump

Il raid è stato espressamente autorizzato dal presidente Trump, senza alcun placet del Congresso Usa che è stato tenuto all’oscuro. L’opposizione democratica ha criticato fortemente l’azione: la speaker del Congresso Nancy Pelosi ha definito l’atto “provocatorio e sproporzionato”. Joe Biden, candidato alla Casa Bianca, ha parlato di “dinamite in una polveriera”, mentre la senatrice Elisabeth Warren, altra candidata alle elezioni presidenziali, ha dichiarato che si è trattato di una “mossa sconsiderata”.

In tutto il mondo ci sono state reazioni negative a un gesto criminale che, di fatto, minaccia di far deflagrare una situazione già assai tesa. La Guida Suprema dell’Iran, Alì Hoseyni Khamenei, ha dichiarato che coloro che hanno assassinato il generale Soleimani devono attendersi una dura vendetta. Appresa la notizia, centinaia di migliaia di iraniani sono scesi in strada per gridare la propria rabbia e chiedere una dura risposta.

L’attacco giunge al culmine di una serie di eventi drammatici. Nei giorni scorsi, un raid americano contro una base delle Hashd al-Shaabi aveva provocato 27 morti. In seguito a questo ennesimo crimine, migliaia di manifestanti si sono radunati nella Zona Verde e sono penetrati all’interno del compound dell’Ambasciata Usa di Baghdad, la più grande del mondo, dando alle fiamme alcune infrastrutture.

Assalto ambasciata americana a Baghdad, torna l’incubo per gli Usa

Per gli Usa e i suoi alleati è stato uno shock che ha richiamato bruscamente alla mente i fatti del 1979, quando a Teheran la folla prese d’assalto l’Ambasciata americana dando inizio alla crisi degli ostaggi. L’uccisione di Qassem Soleimani vorrebbe essere la risposta a questo schiaffo, un’accelerazione per giocare d’anticipo in una dinamica regionale che vede gli Usa e i suoi alleati perdere terreno, e tentare di sparigliare i giochi prima che si giunga alla conclusione della partita. In realtà, si è trattato di un atto totalmente irresponsabile che potrà solo far precipitare la situazione spostandola su un piano essenzialmente militare; per come sono maturati ormai gli eventi, troppo tardi per fermare le dinamiche in atto.

Non è detto che la situazione esploda subito, piani sono stati fatti e l’assassinio di Soleimani punta a farli saltare. È un fatto che con questo atto è stato compiuto un passo irreversibile nello scontro frontale fra chi intende mantenere il sistema di sudditanza instaurato sul Medio Oriente dopo la fine del secondo conflitto mondiale e chi vuole scrollarselo di dosso, ovvero fra il blocco costituito da Usa, Israele e i Sauditi da un canto e l’Asse della Resistenza dall’altro.

Chi era Qassem Soleimani

Qassem Soleimani era nato nel 1957 a Qanat-e Malek, Kerman, Iran. Aveva partecipato alla guerra imposta Iran–Iraq dimostrando presto la sua abilità di comandante e scalando le gerarchie dell’Irgc. Nel 1998 era stato posto a capo della Forza Quds, il reparto speciale delle Guardie della Rivoluzione, impegnato sia all’interno che all’estero. Negli ultimi vent’anni era divenuto una figura leggendaria: tutte le principali vittorie dell’Asse della Resistenza portano la sua impronta. Dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen, a Gaza, al Kurdistan e fino al lontano Afghanistan la sua azione è stata determinante sia per battere e sradicare il terrorismo, sia per sbarrare il passo all’egemonismo americano, sia ancora per opporsi all’aggressività sionista.

Era un uomo che la Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Khamenei, aveva definito “martire vivente” per la sua rettitudine ed incrollabile adesione ai principi della Rivoluzione Islamica. Un personaggio di grande caratura e dai modi schivi che non amava mettersi in mostra, ma talmente determinante da essere definito dagli esperti come uno degli uomini più potenti del Medio Oriente. Nel 2017, Time lo inserì fra le cento persone più influenti al mondo e alla fine del 2019 The Times lo aveva posto fra i 20 potenziali protagonisti del 2020. Con ogni probabilità Qassem Soleimani lo sarà, per l’accelerazione che il suo assassinio potrà imprimere alle dinamiche dell’intera regione.

di Salvo Ardizzone          

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