Prigionieri palestinesi e la “Tortura del Freddo”

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di Manuela Comito

La Palestinian Prisoners’ Society (Pps) ha presentato un appello alla Corte Suprema di Israele per denunciare la tortura a cui sono sottoposti nelle carceri israeliane i detenuti palestinesi, lasciati all’aperto, al freddo e alle intemperie. Questa pratica, crudele e pericolosissima, sembra essere molto diffusa, e la Pps si è rivolta all’Alta Corte affinché obblighi le autorità carcerarie israeliane a sospenderla e ad assicurare ai prigionieri una detenzione dignitosa. Nell’appello è contenuta anche una dettagliata descrizione delle forme di tortura a cui i prigionieri vengono sottoposti sia durante gli interrogatori, sia nel periodo di detenzione.

Issa Qaraqe, capo del comitato per i prigionieri palestinesi ha dichiarato che: “L’occupazione israeliana sta usando la ‘tortura del freddo’ per estorcere confessioni ai detenuti”. Qaraqe ha inoltre esortato la Comunità Internazionale, soprattutto le organizzazioni per i diritti umani, a mobilitarsi in difesa dei diritti dei prigionieri palestinesi. A nulla è servito: il giudice ha rigettato l’istanza, mettendo a rischio la salute e in molti casi la vita di decine e decine di prigionieri. Eppure, solo pochi mesi fa, il 24 agosto 2014 l’’Ufficio di Presidenza del Comitato Onu per l’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese aveva rilasciato una dichiarazione in merito alle frequenti proteste messe in atto dai prigionieri (primo fra tutti lo sciopero della fame) per richiamare l’attenzione sulla loro grave situazione. In essa si leggeva: “I prigionieri sono regolarmente sottoposti a condizioni disumane di detenzione, tra cui pestaggi arbitrari e indiscriminati, perquisizioni umilianti, isolamento per periodi eccessivi di tempo e severe restrizioni alle visite dei familiari.

L’Ufficio di presidenza è particolarmente afflitto da segnalazioni di uso continuato di tortura e di altre forme di maltrattamento dei detenuti. In molte occasioni, il Comitato ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale a questa importante questione, che fino ad oggi rimane irrisolta, nonostante un’ampia critica internazionale delle pratiche israeliane. Il Comitato ha ripetutamente invitato Israele a rispettare i suoi obblighi derivanti dalla Convenzione di Ginevra e di trovare una soluzione alla questione dei prigionieri palestinesi. L’Ufficio di presidenza esorta il governo di Israele ad ascoltare le richieste degli scioperanti e a garantire che i detenuti, tra cui donne e bambini, siano trattati in modo umano, che condizioni adeguate di detenzione siano immediatamente ristabilite e ripristinati i diritti umani fondamentali”.

Le autorità israeliane non sono nuove all’uso della tortura: due anni fa avevano chiuso in una gabbia di ferro dei detenuti minorenni, lasciandoli per ore in balia del temporale e delle rigide temperature invernali. L’abominevole pratica era stata denunciata in un rapporto pubblicato il 2 gennaio 2014 dal Public Committee Against Torture in Israel (Pcati), organizzazione israeliana indipendente per la difesa dei diritti umani nata nel 1990; in esso si leggeva che: “ I bambini sospettati di reati minori in Israele vengono sottoposti ad «ingabbiamento pubblico», a minacce, a violenza sessuale e processi militari senza rappresentanza”. A questo proposito anche il Palestinian Detainees Committee è intervenuto ripetutamente, denunciando gli abusi che le autorità carcerarie israeliane perpetrano ai danni dei prigionieri palestinesi. Sono circa 7mila i palestinesi attualmente detenuti nelle prigioni israeliane, di cui 100 donne e più di 300 bambini.

L’ultima offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza ha causato oltre ai 2140 morti, agli 11 mila feriti e ai 500 mila sfollati, anche l’arresto di circa duemila persone tra Gaza e la Cisgiordania. Molti tra i detenuti sono affetti da gravi patologie ma non ricevono un’assistenza medica adeguata.

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