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Nakba Day: 72 anni di Resistenza

Nakba – “Noi, discendenza palestinese di questa sacra terra, dotati di valori universali, alla ricerca di pace e libertà, testamento vivente di resistenza e dignità umana nonostante le avversità, vittime da mezzo secolo del buio dell’occupazione e della dispersione, dichiariamo la nostra sonante presenza nel tempo e nello spazio, nonostante i tentativi di sradicarci dalla terra che ci ha dato il suo nome dall’inizio del tempo. Non emergiamo dal buio del mito o dalla leggenda: siamo nati nella luce brillante della storia in questa terra che ha visto nascere le più antiche civiltà. In questa terra l’umanità ha imparato a costruire la sua prima casa, a piantare la prima spiga di grano, a creare il primo alfabeto. […..] Siamo nati in Palestina, nessun’altra terra ci ha dato i natali. Nessun’altra può reclamare il nostro futuro, Né Gerusalemme può essere sostituita come nostra capitale o strappata dalla nostra terra e dal nostro essere: essa è la patria della nostra anima, e l’anima della nostra patria, per sempre”. Così Mahmud Darwish commemorava nel 1998 i 50 anni dalla Nakba.

Nakba, la “catastrofe”

Oggi, 15 maggio 2020, di anni ne sono passati ben 72, e queste toccanti parole trasmettono ancora forza e speranza. Con la parola “Nakba”, che in arabo vuol dire ‘catastrofe’, i palestinesi commemorano la più grande tragedia di cui sono stati vittime: la sottrazione della loro terra, sulla quale sorse la Stato israeliano. Ciò significò: – la cacciata di più di 800mila palestinesi dalla propria terra e il conseguente esodo verso i campi profughi del Libano, della Siria, della Giordania e dell’Iraq; – la distruzione completa di più di 385 villaggi ad opera delle bande armate di matrice sionista; – l’occupazione del 78% della Palestina storica; – l’annientamento dell’identità politica e nazionale del popolo palestinese.

Risoluzione Onu 181 del 29 novembre 1947

La Risoluzione Onu 181 del 29 novembre 1947 prevedeva una diversa e forse più equa spartizione del territorio (il 56,47% del territorio a 500mila ebrei più 325mila arabi, il 43,53% del territorio a 807mila arabi più 10mila ebrei, la tutela internazionale su Gerusalemme con circa 100mila ebrei e 105mila arabi), attribuendo ai sionisti le terre che si erano già accaparrati illecitamente. Ma ciò non bastò: tra il 1945 e il 1948 essi sottrassero altre terre ai palestinesi usando la violenza e le minacce. Di fatto, all’epoca della risoluzione 181, i sionisti avevano occupato già il 75% della Palestina storica. In seguito, “il giorno della Catastrofe” fu sempre commemorato sia dai palestinesi che erano rimasti nei territori entro i confini del 1948, sia da quelli della Diaspora, anche se il regime di Tel Aviv intervenne, nel corso degli anni, con decisione per cercare di cancellare la memoria storica e la cultura palestinese.

Arresto e detenzione per chi celebra la Nakba come giorno di lutto

Nel marzo 2011, il parlamento israeliano, la Knesset, ha promulgato una legge, messa a punto e fortemente voluta dal partito ultranazionalista Yisrael Beitenu. Essa prevedeva in origine l’arresto e la detenzione di chiunque celebrasse la Nakba come giorno di lutto, dal momento che per Israele è il “giorno dell’indipendenza”. In seguito, si arrivò ad una legge meno rigida che comporta sanzioni molto pesanti per i comuni, le organizzazioni e gli istituti pubblici “che abbiano effettuato un pagamento per un evento o un’azione che mini l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, violi i simboli dello Stato o contrassegni la data della fondazione di Israele come un giorno di lutto”.

Il parlamentare David Rotem, sempre del partito Yisrael Beitenu, ha aggiunto un emendamento nella versione finale del provvedimento: dal momento che le due celebrazioni avvengono con un giorno di distanza, il giorno di lutto non deve necessariamente coincidere con quello dell’indipendenza; quindi, qualsiasi riferimento alla Nakba in qualsiasi giorno dell’anno viola la legge e deve essere punito.

Risoluzione Onu 194 del 1948

La Risoluzione Onu 194 del 1948 sancisce il diritto al ritorno dei profughi. Non fu mai applicata, se non in minima parte. Dopo la guerra del 1967, con la risoluzione 242 del 22/11/1967, l’Onu ingiunse a Israele di ritirarsi da tutti i territori conquistati con la forza, in quanto ciò era ed è contrario alle leggi internazionali, ma Israele ignorò tale risoluzione, come ha ignorato tutte quelle successive; oltre a continuare ostinatamente e impunemente la sua politica di occupazione e repressione, anche grazie al tacito sostegno degli Stati Uniti, sempre solerti a porre sistematicamente il veto a ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, qualora essa sia sfavorevole a Israele.

Forse è vano ricordare che con la risoluzione 273 del 1949, l’Onu ha ammesso fra gli Stati membri Israele, che si è ufficialmente impegnato a rispettare le risoluzioni dell’organizzazione. In conclusione, ancora una volta lasciamo che siano le parole di Mahmud Darwish a raccontare la grandezza e la dignità del popolo palestinese: “Gli anni che ci separano dalla Nakba non sono stati spesi nel doloroso ricordo del passato. Nondimeno il passato non è completamente finito, ne’ il futuro è interamente giunto. Il presente è un potenziale aperto di lotta [….]. La storia palestinese è testimone di epica perseveranza e resistenza, di confronto con le implicazioni, le conseguenze e le ingiustizie della Nakba. Da mezzo secolo la storia palestinese è richiesta vivente alle generazioni future di tramandare la fede nel diritto ad una vita di libertà e dignità sulla loro terra”.

di Manuela Comito

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