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Le Agenzie di Rating: il grande bluff!

di Santo Maria Scidone Dal Torrione

A causa dell’ormai consolidato vuoto politico, nel nostro bel Paese si avverte nell’ultimo periodo un particolare monitoraggio da parte delle agenzie di rating. La molestia del continuo controllo è resa ancora più opprimente da quell’informazione, tutta nostrana, che con atteggiamento puerile e scolaresco, continua quotidianamente  a spifferarci che il maestro controllore ci sta osservando da un pezzo ed è pronto a bacchettarci.

Ma chi è il maestro controllore e, soprattutto, perché ci controlla? Per svelare questo arcano dovremmo inoltrarci in uno dei meandri dell’ingegneria finanziaria e, come in un cammino iniziatico, scoprire cosa si cela dietro il mistero della tripla “A”. Così, attraversata la “selva oscura”, e liberati dalla paura che “compunge il cuore di noi umani” al sol sentire parlare di questioni legate al mondo della finanza, affrontiamo queste “tre belve” che con i loro giudizi sono pronte a rinnovare il terrore di un pericolo finanziario imminente.

Rispondono ai nomi di  Moody’s, Standard e Poor’s e Fitch e la loro principale funzione è assegnare un giudizio o valutazione – rating, per l’appunto – sulla solidità e solvibilità di una società emittente sul mercato finanziario. Gli investitori presenti sui mercati si affidano, infatti, ai loro giudizi per decidere quali titoli comprare e in che misura. I voti emessi vanno dalla tripla “A”, alla singola “D” e, così come nelle bolge dell’inferno dantesco, più ci si distacca dalla “A” più si “udiranno le disperate strida degli antichi spiriti dolenti”.

Generalmente da “AAA” aBBB” si è ancora nell’ambito di una valutazione positiva in cui si parla di grado di investimento; da “BB” a “D” si ha invece una valutazione negativa, in cui si parla di grado di non-investimento. In  termini più semplici, se le agenzie di rating abbassano il voto dei titoli emessi da un’impresa o da uno Stato, il mercato li percepisce come più rischiosi. Ciò, comporta, che per compensare tale rischio e rendere i titoli più appetibili per i risparmiatori, l’emittente offre tassi d’interesse maggiori con conseguente e significativo un aumento dei costi. Ma non solo. L’abbassamento del rating da parte di queste agenzie produce la fuga degli investimenti stranieri dal Paese affossato da votazioni negative, l’aumento di tasse e pressione fiscale per il cittadino comune, il taglio di molti servizi sociali e, soprattutto, la grave perdita di posti di lavoro poiché le aziende nazionali, anche quelle economicamente sane e potenzialmente competitive, a causa dell’aumento del costo del denaro non sono più in grado di reggere la concorrenza delle omologhe straniere.

Tutto sommato, avere degli organismi che arbitrano il mercato finanziario, classificando le aziende e gli Stati più virtuosi, sarebbe un bene… se non fosse che la loro opera sfugge a qualsivoglia regola che ne assicuri la effettiva obiettività. Non vi è infatti alcun organismo internazionale che ne controlli l’operato, né un consiglio di amministrazione eletto da cittadini che ne assicuri la trasparenza, né dette agenzie appartengono alla categoria degli organismi no profit indipendenti. Insomma, ironia della sorte, ci troviamo di fronte ad aziende private, che inseguono il massimo profitto caratterizzate da un conflitto di interessi gigantesco dal momento che molte persone che siedono nei loro C.d.A. sono le stesse che siedono nei C.d.A. delle grandi banche dei maggiori investitori.

Il caso più eclatante di questo conflitto d’interesse è quello di Moody’s, dove Warren Buffet – soprannominato l’oracolo di Omaha per la sua “capacità” di capire gli andamenti dei mercati finanziari –  controlla la quota maggioritaria dell’agenzia. Anche Standard & Poor’s non è da meno: il suo amministratore delegato è stato per molti anni uno dei protagonisti di CitiGroup, la più grande azienda di servizi finanziari del mondo, appena salvata dal governo americano con ben 50 miliardi di dollari. Così, nell’ambito di questo circolo di matrice anglo-americana, “virtuoso” per pochi e “vizioso” per molti, chi investe e chi detta le regole coincidono. Ma vi è di più. Tra i servizi che tali agenzie offrono vi è anche quella di consulenza a chi vuole emettere un prodotto finanziario, così esse prima danno delucidazioni su come strutturare un’obbligazione e poi emettono un giudizio sulla stessa con la conseguenza, che ove negativo, spingerebbe gli emittenti a rivolgersi ad un’altra agenzia più magnanima.

Si assiste, pertanto, all’evidente paradosso per cui “il controllato controlla il controllore” o per usare la calzante metafora di Andrea Baranes, noto esperto di questioni finanziarie, “è un po’ come se direttamente gli studenti a seconda del voto che gli mette il professore danno o non danno lo stipendio al professore medesimo”. “Quale professore” – aggiunge Baranes – “deciderebbe di bocciare i suoi alunni rischiando di trovarsi disoccupato?”. È ovvio che in questo sistema di oligopolio, in cui solamente tre agenzie operano il controllo, il mercato di fatto viene dalle stesse inevitabilmente influenzato proprio attraverso l’emissioni di questi voti. Peraltro, essendosi ormai da tempo accaparrate il diritto di giudicare anche la solidità degli Stati, le agenzie  manipolando in maniera profonda l’economia e la vita di una nazione, hanno ottenuto un potere abnorme sui Paesi, controllando i loro mercati e la vita dei loro cittadini.

In buona sostanza, agendo di concerto con altri sofisticati strumenti partoriti anch’essi dal diabolico ventre dell’ingegneria finanziari, le dette agenzie altro non fanno che controllare in maniera capillare i mercati finanziari, di conseguenza le economie reali e i destini dei popoli. In conclusione, l’arcano che si cela dietro questo giudizio non è altro che un bluff ben congegnato dalla finanza internazionale che, inutile aggiungere, è tra i principali responsabili della crisi economica in atto.

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