Diritti umani e sanzioni, arma letale contro l’Eritrea: Paese progressista che caccia le Ong o “Stato-prigione”?

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di Cristina Amoroso

Oltre che il ricordo nostalgico di un passato coloniale scarsamente decoroso, per la maggioranza degli occidentali l’Eritrea evoca l’idea di uno Stato-prigione, da cui fuggono i giovani che riempiono le carrette del mare, in cerca di un futuro migliore. E’ il quadro che la stampa ci offre con argomenti ormai datati (risalenti al 2007) e di cui si è già ampiamente dimostrata l’infondatezza.

Da molti anni l’Eritrea vive accerchiata, combattendo solitaria una nuova guerra mediatica dove al posto dei proiettili vengono utilizzate parole al veleno, informazioni menzognere, demonizzazioni della sua politica e della sua leadership. E queste infamanti informazioni sono ordite dagli eterni storici nemici dell’Eritrea: l’Etiopia che ancora sogna di riannetterla e gli Usa.

Inoltre ci sono le sanzioni, ingiuste e pesanti delle Nazioni Unite (risoluzione 1907 del 2009) con assurde accuse di destabilizzare la regione, finanziando il terrorismo somalo. Dopo lunghi anni ed estenuanti indagini, finalmente, il Gruppo di Monitoraggio Eritrea-Somalia (Semg) proprio il 14 ottobre 2014 ha dichiarato di non avere trovato alcuna prova che l’Eritrea abbia aiutato Al-Shabbab.

Ci si chiede: dopo cinque anni senza prove, tali sanzioni che penalizzano un Paese che ha saputo evitare qualsiasi forma di estremismo religioso, non andrebbero abolite? Sanzioni, guerra psicologica, propaganda, finanziamento delle opposizioni, sostegno ai vicini ostili – l’Occidente ha provato ogni cosa per colpire l’Eritrea. Ma è ancora qui, indefessa e orgogliosa, in marcia.

L’Eritrea ha registrato un successo, un obiettivo sostanziale, in ciò che le Nazioni Unite definiscono “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, in primo luogo garantendo a tutti un’educazione primaria; assicurando l’emancipazione femminile e l’eguaglianza delle donne in tutti i campi. Per quanto riguarda la sanità, è stata raggiunta una drastica diminuzione della mortalità materna. A riguardo l’Eritrea è considerata d’esempio in Africa; poche altre nazioni hanno ottenuto così tanto. Quindi, al di là di tutti gli ostacoli che la nazione incontra, il quadro generale è positivo.

“L’Eritrea continua sul percorso dell’indipendenza nazionale. Ha una idea progressiva della costruzione della sua unità nazionale. L’Eritrea ha una società multietnica e multireligiosa. Al suo interno ha nove gruppi etnici e due religioni principali: cristianesimo e Islam. Le due religioni coesistono armoniosamente e ciò è principalmente dovuto alla cultura tollerante che la società ha costruito. Non ci sono conflitti o animosità fra i gruppi etnici o religiosi. Il governo e le persone vogliono mantenere questa unità nazionale”. A parlare è Elias Amare, uno dei maggiori scrittori e pensatori in Eritrea che è anche Senior Fellow al “Centro per la costruzione della pace nel Corno d’Africa”.

Bisogna giudicare dai fatti, non dai “sentito dire”. Sta di fatto che l’aspettativa di vita, secondo il dottor Misray Ghebrehiwet, consigliere del Ministero della Salute, è cresciuta dai 49 ai 63 anni, un valore molto alto per gli standard africani. C’è un programma gratuito ed obbligatorio di vaccinazione e tutti gli eritrei usufruiscono di un sistema sanitario quasi gratuito, medicinali inclusi. Sono stati quasi raggiunti tutti gli otto Obiettivi del Millennio, lo afferma non un giornalista disinformato ma il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp).

L’Eritrea è convinta di farcela con le proprie sole forze, crede nell’autodeterminazione e nell’autosufficienza, crede di potersi riscattare dai soliti problemi che affliggono il continente africano senza quegli aiuti “umanitari” che invece di risolvere i problemi li peggiorano.

Ed è per questo che il Presidente dell’Eritrea, Isaias Afwerki, ha cacciato le Ong degli Stati Uniti dall’Eritrea, sfidando gli statunitensi e le loro politiche imperialiste verso l’Africa. Tutti i capi di Stato africani devono cacciare l’industria delle Ong e progettare e applicare da sé le proprie riforme per l’indipendenza. Così afferma in un’intervista di Ezili Dantò rilasciata su Global Research:

“Tutti coloro che ricevono aiuti sono paralizzati. Gli aiuti sono fatti per paralizzare i popoli… Non si permette ai governi in Africa e altrove di scrivere i propri programmi e, quando è il momento di attuarli, si impedisce loro di avere istituzioni e  capacità per attuare i programmi… In primo luogo dobbiamo essere noi a scrivere i nostri programmi. Dobbiamo essere noi a realizzare i progetti che scriviamo. Dobbiamo avere una strategia globale e piani per implementare i programmi… Finché non siam noi a farlo da soli, non possiamo immaginare di raggiungere uno qualsiasi degli obiettivi – del Millennio o di altro”.

E’ subito chiaro dalle parole del presidente eritreo quali siano le ragioni per le quali l’Eritrea sia emarginata, demonizzata e anche temuta da parte dell’Occidente: L’Eritrea,“Cuba d’Africa”, sta realmente lavorando “troppo bene” per il suo popolo e troppo poco o per nulla per le compagnie multinazionali, per le Ong e per l’Impero.

“E l’arma migliore  – afferma un eritreo – che i nostri nemici d’oltreoceano stanno usando è quella dei diritti umani. Hanno sguinzagliato tutte le loro “Agenzie umanitarie” per accusare il Governo eritreo di negare i diritti umani fondamentali a noi eritrei ignorando che per quegli stessi diritti l’Eritrea ha lottato per 40 anni. È il fatto che vogliamo essere noi eritrei a decidere la nostra politica e non le Ong che ci fa risultare antipatici agli occhi di quell’Occidente così “benevolo e benefattore”. Voler difendere la propria sovranità non è sinonimo di dittatura”.

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