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Palestina: cristiani tra identità e Resistenza

La comunità cristiana in Palestina è una delle componenti culturali e umane più antiche della regione, le cui radici risalgono agli albori del cristianesimo. Gerusalemme, Betlemme, Nazareth e altre città palestinesi sono state il palcoscenico della missione di Gesù Cristo e la culla della diffusione del cristianesimo in tutto il mondo. Da allora, i cristiani in Palestina non sono stati un gruppo transitorio o una minoranza separata dal contesto circostante, ma parte integrante del tessuto sociale, culturale e politico del popolo palestinese. Hanno contribuito a plasmare l’identità della Palestina e la sua storia culturale nel corso dei secoli. Tuttavia, questa presenza storica è stata sottoposta a un’enorme pressione negli ultimi decenni a causa del progetto di insediamento israeliano, che ha preso di mira contemporaneamente persone, terre e identità, tentando di svuotare la Palestina dei suoi abitanti autoctoni di ogni affiliazione religiosa, prima fra tutti i cristiani palestinesi.

Nel corso della storia, la Palestina ha assistito a profonde trasformazioni politiche, dall’epoca romana e bizantina alla conquista islamica e poi al periodo ottomano. Ciononostante, la presenza cristiana è rimasta forte e profondamente radicata nonostante il susseguirsi di autorità e regimi. Durante l’epoca bizantina, chiese e monasteri fiorirono e la Palestina divenne un centro spirituale globale per i cristiani. Sotto l’era islamica, i cristiani mantennero le proprie istituzioni religiose e sociali e parteciparono alla vita pubblica in un contesto di storica coesistenza con i musulmani.

In epoca ottomana, questa presenza continuò attraverso diverse comunità religiose e istituzioni educative ed economiche, e città come Gerusalemme, Betlemme, Giaffa e Haifa divennero centri vitali dell’attività cristiana araba. Questa continuità storica confuta le narrazioni che tentano di ritrarre i cristiani in Palestina come un elemento straniero o transitorio, e afferma che essi sono una popolazione autoctona la cui identità nazionale è intrecciata con quella della Palestina stessa.

Cristiani palestinesi svolgevano un ruolo fondamentale

Prima della Nakba del 1948, i cristiani palestinesi svolgevano un ruolo fondamentale nell’economia, nell’istruzione e nella cultura. Fondarono prestigiose scuole, ospedali e istituzioni sociali e contribuirono allo sviluppo del giornalismo arabo e della vita intellettuale moderna. Ebbero anche una presenza di rilievo nel commercio e nella vita civile. Le città costiere, in particolare Giaffa e Haifa, furono teatro di un’intensa attività cristiana in ambito politico, urbano e culturale, mentre Gerusalemme era un centro religioso di rilevanza globale e Betlemme una città a netta maggioranza cristiana. I cristiani parteciparono anche al movimento nazionale palestinese contro il colonialismo britannico, contribuendo alla rivolta del 1936. Sorsero associazioni cristiane arabe che si battevano per l’indipendenza e rifiutavano il progetto sionista.

Nakba segnò una svolta cruciale

La Nakba segnò una svolta cruciale per questa componente fondamentale della società palestinese. Lo sfollamento di massa e la conquista delle città palestinesi sradicarono decine di migliaia di cristiani dalle loro case e dai loro villaggi. Giaffa e Haifa persero una parte significativa della loro popolazione cristiana, vaste proprietà furono confiscate e chiese e istituzioni sociali soffrirono a causa della guerra e dello sfollamento. Con l’istituzione dello Stato occupante, fu attuata una politica sistematica volta a ridurre la presenza cristiana dal punto di vista demografico, a impedire il ritorno degli sfollati e a imporre una nuova realtà basata sulla rimodellazione della mappa demografica della Palestina per servire il progetto degli insediamenti.

L’occupazione di Gerusalemme Est del 1967 consolidò ulteriormente queste politiche, rendendole più marcate e pericolose. L’annessione illegale della città fu imposta e le autorità occupanti iniziarono a revocare i permessi di soggiorno dei residenti e a imporre severe restrizioni alle costruzioni e al ricongiungimento familiare, causando un calo significativo della popolazione cristiana di Gerusalemme. I quartieri cristiani della Città Vecchia furono oggetto di continue vessazioni, con la proliferazione di avamposti di polizia e coloni e frequenti attacchi a monasteri, chiese e clero, il tutto in un clima di impunità. Inoltre, le città di Betlemme, Beit Jala e Beit Sahour furono circondate da insediamenti, mura e strade di circonvallazione, danneggiando direttamente l’economia locale e il turismo religioso, fonte primaria di reddito per molte famiglie cristiane.

Palestina: cristiani al centro del progetto nazionale palestinese

Nonostante tutte queste pressioni, i cristiani palestinesi non furono semplicemente vittime delle politiche di occupazione, ma furono al centro del progetto nazionale palestinese. Figure cristiane di spicco guidarono l’azione nazionale e politica e contribuirono al pensiero e alla diplomazia della Resistenza palestinese, come George Habash, Nayef Hawatmeh, Emile Habibi e altre icone che incarnavano l’unità dell’identità nazionale. I cristiani parteciparono anche all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, alle lotte legali e mediatiche e alla documentazione delle violazioni israeliane, portandole all’attenzione delle istituzioni internazionali. All’interno della stessa Palestina, mantennero una presenza politica e culturale di rilievo nel contrastare le politiche discriminatorie e i tentativi di israelizzazione.

Oltre al loro ruolo politico, le istituzioni cristiane svolsero un ruolo sociale e culturale fondamentale. Le scuole cristiane, siano esse cattoliche, ortodosse o evangeliche, sono state e rimangono tra le istituzioni educative più importanti che hanno formato generazioni di élite palestinesi. Gli ospedali e i centri sanitari affiliati alla Chiesa, come l’ospedale Al-Mutla’ e altri, sono stati un pilastro della resilienza palestinese, in particolare a Gerusalemme e in Cisgiordania. Inoltre, organizzazioni caritatevoli e iniziative culturali hanno contribuito a sostenere le famiglie colpite, a preservare l’identità nazionale e a fornire una rete di sicurezza sociale durante gli anni delle successive intifada e crisi.

Gerusalemme epicentro dello scontro tra cristiani e occupazione

Gerusalemme è l’epicentro del più delicato scontro tra i cristiani palestinesi e l’occupazione, poiché la città incarna sia la dimensione nazionale che quella spirituale. Le chiese hanno intrapreso battaglie legali e politiche per preservare i loro beni storici e hanno respinto accordi dubbi volti a trasferire immobili strategici alle organizzazioni degli insediamenti. Si sono inoltre opposte ai tentativi di imporre tasse sulle istituzioni ecclesiastiche e agli sforzi per trasformare il pellegrinaggio cristiano in un percorso interamente sotto il controllo israeliano. Nel frattempo, il clero cristiano è rimasto in prima linea nella difesa dell’identità araba di Gerusalemme, sottolineando che la protezione dei luoghi sacri cristiani e musulmani rappresenta un’unica battaglia contro il progetto di giudaizzazione.

Dal punto di vista legale, le politiche di occupazione nei confronti dei cristiani palestinesi si inseriscono in un più ampio sistema di violazioni che colpiscono l’intero popolo palestinese. Il diritto internazionale umanitario, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra, vieta il trasferimento forzato di popolazioni, la confisca di proprietà e l’alterazione della composizione demografica dei territori occupati. Le convenzioni internazionali garantiscono inoltre la libertà di culto, l’accesso ai luoghi sacri e la non discriminazione basata sulla religione o sulla nazionalità. Pertanto, le restrizioni alla presenza cristiana, la confisca di terre, l’interruzione della vita quotidiana e gli attacchi ai luoghi sacri sono tutte pratiche soggette a responsabilità legale dinanzi agli organi internazionali e ai tribunali competenti.

Difendere la presenza cristiana in Palestina significa difendere il diritto di un popolo ad esistere

Il declino della popolazione cristiana in Palestina non può essere compreso semplicemente come un fenomeno sociale o economico, come suggerisce la narrazione israeliana. Piuttosto, è il risultato diretto di un ambiente politico coercitivo creato dalle politiche di occupazione, tra cui l’assedio, la costruzione di insediamenti, le restrizioni alla vita quotidiana e l’assenza di una visione nazionale. Ciononostante, i cristiani palestinesi rimangono saldi nel loro attaccamento alla terra e all’identità, sottolineando che la loro appartenenza nazionale precede ogni tentativo di divisione settaria o di ridefinizione al di fuori del contesto arabo palestinese.

In conclusione, la presenza cristiana in Palestina non è un dettaglio religioso o un elemento marginale a livello sociale, bensì una parte essenziale della storia, del presente e del futuro della Palestina. I cristiani palestinesi, attraverso i loro sacrifici e i loro contributi nazionali, culturali e umanitari, dimostrano che la causa palestinese non è un conflitto religioso, ma la lotta di un popolo che si oppone a un progetto coloniale di insediamento che mira a sradicarlo e a cancellarne la memoria. Pertanto, difendere la presenza cristiana in Palestina significa difendere il pluralismo storico della terra, la giustizia della causa palestinese e il diritto di un intero popolo ad esistere, alla libertà e all’autodeterminazione.

di Redazione

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