L’industria dell’Olocausto: riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza ebraica

Nel suo libro “L’industria dell’Olocausto: Riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza ebraica” (pubblicato nel 2000), lo storico americano Norman Finkelstein accusa le istituzioni ebraiche e sioniste americane di aver trasformato l’Olocausto in un'”industria” volta a conseguire enormi vantaggi politici e finanziari (il che spiega l’alto tasso di povertà tra coloro che vengono descritti come sopravvissuti), considerandolo un’ideologia utilizzata per ricattare l’Occidente e giustificare le politiche di Israele.
Finkelstein sostiene che esiste una differenza tra l’Olocausto come tragico evento storico (cosa che non nega mai) e ciò che definisce “l’industria dell’Olocausto”. Afferma che la memoria su questa tragedia è stata sfruttata e trasformata in un’ideologia che serve a specifici obiettivi politici e materiali.
Dalla sua pubblicazione nel 2000, “L’industria dell’Olocausto” ha suscitato ampie controversie, ricevendo recensioni sia prevalentemente positive che negative. Tuttavia, secondo l’autore, nessuno ha messo in discussione le sue conclusioni. Ciò ha portato alcuni ad accusarlo di antisemitismo o negazionismo dell’Olocausto, mentre altri lo hanno difeso, lodando il suo coraggio nell’aver smascherato lo sfruttamento della tragedia umana a fini politici.
Sfruttamento politico dell’Olocausto
L’autore ritiene che Israele e le organizzazioni ebraiche in America utilizzino la memoria dell’Olocausto come una “clave politica” per difendere le proprie politiche e sopprimere qualsiasi critica, presentandosi sempre come vittima di una minaccia esistenziale.
Sfruttamento finanziario
L’autore critica aspramente il modo in cui è stata gestita la questione dei “risarcimenti”. Sostiene che ingenti somme di denaro raccolte dalle banche svizzere e dai governi europei (a nome dei sopravvissuti) non siano andate alle vittime effettivamente povere, ma siano finite nelle casse di importanti organizzazioni ebraiche per finanziarne le attività e i dipendenti.
L’unicità dell’Olocausto
Norman Finkelstein si oppone all’idea che l’Olocausto sia stato “un evento unico, diverso da qualsiasi altra ingiustizia nella storia”. Sostiene che insistere su questa “unicità” mira a elevare la sofferenza degli ebrei al di sopra di quella di altri popoli, concedendo loro così un’immeritata immunità morale.
Cronologia storica
Finkelstein osserva un fatto notevole, ovvero che l’interesse americano e accademico per l’Olocausto non è iniziato immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma si è intensificato dopo la guerra del 1967, quando Israele è diventato una “risorsa strategica” per gli Stati Uniti nella regione.
L’importanza dello scrittore e del suo contesto
Ciò che rende controverso questo libro è che Norman Finkelstein stesso è ebreo e figlio di sopravvissuti (i suoi genitori furono internati nei campi di concentramento nazisti). Pertanto, scrive da una prospettiva interna e critica, sostenendo che “l’industria dell’Olocausto” disonora la memoria delle vere vittime (come i suoi genitori) sfruttandone la sofferenza.
di Redazione



