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Usa, le nuove portaerei non sono in grado di sostenere una battaglia

Usa – Le nuove portaerei della Us Navy, le navi più costose mai costruite, non sono in grado di sostenere una battaglia per l’inaffidabilità dei loro sistemi.

Le portaerei sono il simbolo dell’imperialismo Usa e i loro Battle Carrier Group hanno proiettato la sua potenza ovunque gli interessi di Washington lo richiedessero, in una riedizione dell’antica politica delle cannoniere. Eppure, la nuova classe di unità, che prende il nome dai presidenti americani ed è destinata a sostituire l’attuale classe Nimitz, pur costando quasi il triplo non potrà sostenere una battaglia per problemi di scarsa o addirittura sconosciuta affidabilità.

Ad affermarlo è un rapporto di Michael Gilmore, direttore dei test operativi e responsabile della valutazione dei sistemi d’arma della Difesa Usa; al di là delle questioni tecniche, il nocciolo (e che nocciolo) della questione è che 4 dei sistemi principali dell’unità capo classe Uss Gerald Ford interferiscono sulle operazioni di volo, ossia sulla ragion d’essere della nave, limitando enormemente la capacità di combattimento della portaerei. In poche parole, l’unità non potrebbe condurre operazioni in uno scenario conflittuale di alta intensità per più di un giorno, ed anche così con molti rischi.

I cavi di arresto, che bloccano i velivoli in atterraggio, possono causare incidenti critici ogni 24 utilizzi; impensabile usarli in operazioni intense, quando gli aerei devono atterrare in continuazione, spesso in condizioni d’emergenza. Appena migliore è l’affidabilità del sistema elettromagnetico di lancio, che permette agli aerei di decollare, ma la sua affidabilità è meno d’un quarto del richiesto.

Per completare il quadro disastroso delle principali criticità, il radar dual-band della Raytheon, un ammanigliatissimo colosso della Difesa, che gestisce sia il controllo del traffico aereo che la reazione contro gli attacchi di aerei e missili, ha un’affidabilità sconosciuta (!); come pure è tale quella degli 11 ascensori utilizzati per spostare armi ed equipaggiamenti dai depositi al ponte di volo.

Il fatto è che ormai è troppo tardi per scoprire l’origine dei malfunzionamenti: dopo due anni di ritardi, la nave è ormai completa al 98%, la sua consegna è prevista per novembre e le prove in mare cominceranno nel 2018. Non c’è più tempo per modificare i progetti ed eliminare i difetti prima che divenga operativa; ma il punto è che non è in grado di combattere.

La portaerei Uss Gerald Ford, impostata nel 2007, è già costata 13 miliardi di dollari ed altri 4,7 sono stati spesi in ricerca e sviluppo (coi risultati che abbiamo visto). Le prossime 2 unità delle 10 complessivamente previste, sono la Uss J. F. Kennedy e la nuova Uss Enterprise; le tre portaerei avranno un costo stimato di 43 miliardi di dollari; per l’intera classe la spesa dovrebbe essere di circa 120.

Dovrebbe, appunto, perché fra la riprogettazione che sarà necessaria e i consueti sforamenti di budget, di certo costeranno assai di più per la gioia della lobby industriale della Difesa Usa. Già nel 2013 il Government Accountability Office (Gao), una sorta di Corte dei Conti, lamentava l’inaffidabilità dei principali sistemi dell’unità e prevedeva che i problemi sarebbero stati risolti solo dopo anni dall’entrata in servizio.

Così stando le cose, la Cvn-78 Uss Gerald Ford, la super portaerei pensata per proiettare la potenza dello Zio Sam in tutto il globo, sarà capace solo sulla carta di lanciare i 220 attacchi al giorno per cui “sarebbe” stata progettata. Una tigre, se non di carta, certo assai tenera.

Il motivo è sempre lo stesso: l’avidità del sistema militare industriale a Stelle e Strisce e lo strapotere delle lobby che lo sostengono. Le stesse che per avere sempre nuove montagne di denaro, premono per alzare le tensioni in tutto il globo. E se ci scappa un conflitto vero, con tutto quello che ne segue, beh, allora è meglio. E se una portaerei dell’Us Navy andasse incontro a un disastro, beh, meglio ancora, perché allora non ci sarebbe più limite agli stanziamenti.

di Salvo Ardizzone

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