Un Messico in ripresa economica ma sempre più vittima dei cartelli della droga

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di Salvo Ardizzone

Il Messico, purtroppo, è terra violenta; le sanguinose guerre fra i cartelli della droga che hanno per posta il ricchissimo mercato statunitense, che vale a una montagna di miliardi di dollari, hanno disseminato e disseminano di cadaveri a migliaia le sue città e le sue campagne.

Purtroppo le forze dell’ordine, un pò perché infiltrate dai cartelli, un pò perché contagiate dal clima generalizzato di violenza, impiegano sistematicamente la tortura. Lo ha denunciato il relatore dell’Onu che si interessa del problema, Juan Mendez, dopo una missione di 12 giorni nel Paese. Malgrado gli organismi pubblici per i diritti umani stiano ricevendo meno denunce (ovvio pensare che le vittime siano pesantemente intimidite), secondo Mendez, “il numero dei casi rimane allarmante” e “non c’è una sola istituzione che si occupi di arresti e detenzioni che non pratichi la tortura”.

Oggi l’economia messicana sta ripartendo e sono drasticamente diminuiti i disperati che inseguono a nord del Rio Bravo un impossibile American Dream (fino a 900mila l’anno nel periodo fra il 2000 e il 2005, ridotti nel 2012 a circa 300mila); anzi, pare che sia ormai a saldo zero la differenza fra quanti fuggono negli Usa e quanti entrano nel Paese dal Sud, trovandovi occupazione.

Tuttavia, dietro i grandi capannoni che sorgono come funghi lungo le autostrade, e il boom edilizio dei quartieri nuovi per il ceto medio, oltre agli investimenti di decine di compagnie straniere, l’odore della coca è evidente. Il vero punto interrogativo di questo grande Paese, di cui ci occuperemo a lungo prossimamente, è se e quando corruzione e crimine verranno posti sotto controllo.

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