Asia

Turkmenistan, ed i nuovi equilibri in Asia Centrale

di Santo Maria Scidone Dal Torrione

Nell’impervia e profonda Asia centrale, lungo l’antico tracciato della via della seta, sorge il Turkmenistan, ex satellite dell’URSS, da cui si è reso indipendente nell’ottobre del 1991. Il Paese nel corso degli anni è stato caratterizzato dal più totale isolazionismo dovuto alla politica di Saparmurat Nyazov, un terribile dittatore che lo ha reso un vero e proprio inferno umanitario, sociale e politico. Solo nel  2006, dopo la morte di Nyazov, la nuova Presidenza, pur non apportando significative modifiche all’infernale situazione sociale, inizia tuttavia timidamente a compiere i primi passi verso la costruzione di una propria identità e dignità in ambito internazionale.

Forte della sua ubicazione e del quantitativo di gas posseduto, il nuovo Presidente ha tentato di ricollocare il Turkmenistan in ambito internazionale impegnandosi a consolidare la sua posizione strategica sullo scacchiere geopolitico, regionale ed internazionale, ponendosi come interlocutore privilegiato degli attori che hanno interessi nell’area.

Molti i punti di forza e le potenzialità del paese. Da un punto di vista geopolitico, il Turkmenistan è posto al centro di quella vasta area geografica ribattezzata dai padri della geopolitica “hertland” – “cuore del mondo” –, una posizione che ha spinto gli esperti ad affermare che «chi controlla quest’area controlla il mondo». Sotto il profilo energetico è stato affermato che il Paese «siede su una bolla di gas» per come, del resto, comprovano le recenti stime effettuate dalla compagnia britannica GCA (Gaffney Cline and Associates) che hanno dimostrato come le riserve del giacimento turkmeno di South Yolotan siano non solo superiori rispetto a quelle stimate nel 2008, ma tali da classificare questo giacimento di gas come il secondo più grande al mondo. È proprio sulla base di questi elementi che il Governo turkmeno ha intrapreso una politica energetica multivettoriale, non più strettamente vincolata ad un unico paese, ma basata sulla relazione con più partner. Imperativi di questa nuova strategia energetica sono sostanzialmente tre: massimizzare i profitti derivanti dalla vendita degli idrocarburi; attrarre tecnologie e capitali esteri necessari sia per le attività di estrazione che per la realizzazione delle infrastrutture necessari per la lavorazione e l’esportazione del gas verso i mercati di consumo; ridurre la condizione di dipendenza energetica dalla Russia aprendo a nuovi mercati ed in particolare al mercato cinese. Nel 2009, infatti, è stato inaugurato il primo tratto del gasdotto Turkmenistan-Cina, un evento di estrema importanza se solo si pensa che la sua realizzazione ha cambiato l’equazione strategica dell’intera Asia Centrale, permettendo alla Cina di consolidare la sua posizione nel settore energetico turkmeno ottenendo importanti concessioni per l’attività di esplorazione e di sfruttamento dei giacimenti. È facile intuire come il progetto non abbia solamente un valore commerciale ed economico ma, al contempo, un valore politico posto che con tale operazione la Cina ha mosso una sua pedina per divenire uno dei principali garanti della sicurezza globale.

Il gasdotto sino-turkmeno sta mettendo, inoltre, in seria difficoltà la prosecuzione delle trattative per la realizzazione del T.A.P.I., un gasdotto di oltre 1600 Km di condotte che partendo dal Turkmenistan dovrebbe raggiungere l’India passando attraverso Afghanistan e Pakistan. La mancata realizzazione del T.A.P.I. – per la cui costruzione parrebbe che gli Stati Uniti si siano impegnati in Afghanistan – metterebbe definitivamente fuori gioco gli Stati Uniti dall’Asia centrale, facilitando, al contempo, la realizzazione del “gasdotto della pace”, che partendo dall’Iran e attraversando il Pakistan raggiungerebbe l’India.

Un tale scenario fa presumere che nel breve-medio periodo il Turkmenistan, pur non essendo un grande attore, possa comunque divenire “ l’ago della bilancia” del “grande gioco” euroasiatico.

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