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La geopolitica dei gasdotti: ecco le armi in mano a governi e produttori

di Cristina Amoroso

Mentre Vladimir Putin a Roma auspica la pace in Siria con Papa Francesco in preghiera davanti all’immagine della Madonna russa, guerre e conflitti continuano il loro perverso cammino di sangue. Interessi politici ed economici sono certamente alla base di ingiustizie e soprusi, ma  nessuno può ignorare il principio della complementarietà degli interessi.

La gestione dei rapporti tra due Paesi è improntata agli interessi comuni. La Cina, ad esempio, non ha fonti di energia e ha tutto l’interesse di avere accesso all’approvvigionamento russo. Una volta che il partito comunista cinese approva piani imponenti per il futuro economico del Paese, la Cina non ha altra scelta che un rapporto chiaro e corretto con Mosca.

E lo zar Vladimir Putin giunge in Italia con la corte. Qui ha preso il via il vertice intergovernativo Italia-Russia, un’occasione di rilancio dei rapporti bilaterali su tanti fronti, perché ai colloqui partecipano le squadre dei due governi quasi al completo.

In parallelo, nel Teatro Verdi accanto alla piazza si è riunito il mondo degli imprenditori che animano la cooperazione Italia-Russia. Il Business Forum promosso dal Foro di dialogo italo-russo e organizzato dall’Ispi è la culla di numerosi accordi firmati con la benedizione di Putin e Letta. A Trieste mentre sul tavolo sono rimbalzate solo di sponda – deludendo qualche aspettativa – le vicende Alitalia e Ilva, come era prevedibile grande spazio ha avuto invece l’energia. Tra i patti siglati anche quello sulle future collaborazioni nel campo dell’energia. L’amministratore delegato di Novatek, Leonid Mikhelson e l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, hanno firmato un Memorandum of understanding (Mou) che stabilisce i principi base per una possibile cooperazione tra le parti.

Il Mou, firmato alla presenza del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin e del presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, conferma la volontà di Novatek ed Eni di partecipare a progetti congiunti nell’offshore del Mediterraneo. La ragione ultima della visita di Putin ha comunque un nome: il gasdotto South Stream, quello che Putin ha promosso agli occhi di tutti gli ultimi premier italiani, da Silvio Berlusconi a Romano Prodi, e che ha discusso con Enrico Letta nell’ultimo G8. “South Stream è finalizzato a migliorare la sicurezza energetica europea. Si tratta di un progetto chiave all’interno della strategia per la diversificazione delle rotte delle forniture di gas verso l’Ue” con queste parole è presentato il progetto sviluppato da Eni che detiene il 20%, Edf e Wintershall e Gazprom, lungo 2.380 chilometri e dovrebbe arrivare a trasportare 62 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2015, passando per Bulgaria e Balcani e congiungendosi all’Italia.

E’ stata lunga la strada dal 23 giugno 2007, da quando Eni e Gazprom firmarono un protocollo d’intesa per la realizzazione del South Stream che bypassasse la capricciosa Ucraina con un’abile e costosa manovra di stampo zarista. Poco importa se le difficoltà sono state innumerevoli. Sono state assegnate commesse, perfezionati gli accordi intergovernativi lungo il tracciato. Il governo italiano ha anche spianato la strada ai tubi alternativi del Tap, il gasdotto chiamato a captare dalla Puglia il nuovo metano alternativo dell’Azerbajan.

In ogni caso è vittoria russa. Nel celebrare in un road show europeo i pregi e le virtù del South Stream a Milano alla fine di settembre, il viceministro russo per l’energia Anatoly Yanovsky, economista cinquantasettenne, che conosce nei dettagli problemi e virtù del nostro precario equilibrio energetico, aveva anticipato in un’intervista a Il sole 24 ore: “Gazprom sta negoziando con Enel per acquisire strutture di generazione. Guardiamo alle centrali elettriche italiane ma anche a quelle controllate dall’Enel all’estero, nel quadro della collaborazione in atto con Enel e Eni che vede i vostri operatori già partner della Russia anche nelle strutture energetiche del nostro Paese”.

L’Enel, non è un mistero, sta vendendo per arginare il debito. Ultimamente si è impegnata a cedere proprio in Russia un’importante partecipazione in Severenergia alla compagnia locale Rosneft per la bellezza di 1,33 miliardi di euro. Il nuovo “pacchetto centrali” in trattativa con Gazprom potrebbe valere di più, e non poco. Il ministro Letta non ne parla.

E’ tutta una questione di energia. Così il “gasdotto della pace” che dovrebbe collegare l’Iran, il Pakistan e l’India, una volta superati ostacoli e impedimenti, fa presagire un enorme cambiamento geopolitico. Così la Turchia si pone come ultimo scopo in politica estera quello di posizionarsi come un crocevia critico di energia per qualsiasi gasdotto proveniente dalla Russia, Mar Caspio, l’Asia centrale e anche il Medio Oriente verso l’Europa. Dal 6 agosto 2009, quando il premier turco, Erdogan, e il russo Putin hanno firmato alla presenza di Berlusconi e Scaroni, un accordo intergovernativo che permette al gasdotto South Stream di attraversare le acque territoriali turche del mar Nero.

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