Stati del Golfo: stop agli abusi e maggiore protezione per i lavoratori migranti

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di Cristina Amoroso

Novanta gruppi per i diritti umani, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, la Federazione internazionale dei lavoratori domestici (Idwf), la Confederazione internazionale dei sindacati (Cis) e il Forum Asia Mingrant, si sono riuniti in gruppi di lavoro presso la Kuwait University Law School il 23 novembre 2014 per discutere i diritti dei lavoratori migranti.

L’evento è stato organizzato in previsione del terzo turno del Dialogo Abu Dhabi, un forum interregionale sulla migrazione del lavoro tra i Paesi asiatici di origine e i Paesi di destinazione del Golfo, che si terrà il 26 e 27 novembre.

I gruppi non governativi, che hanno partecipato ai primi due turni del Dialogo ad Abu Dhabi, ma che non sono stati invitati alla riunione di quest’anno, domenica scorsa hanno rilasciato una dichiarazione da cui si evince che milioni di lavoratori a contratto provenienti da Asia e Africa, tra cui circa 2,4 milioni di lavoratori domestici nel Golfo, si trovano ad affrontare abusi, tra cui salari non pagati, confisca dei passaporti, violenza fisica e lavoro forzato. I ministri del Lavoro dei Paesi del Golfo e dei Paesi asiatici dovrebbero migliorare la protezione del diritto del lavoro, riformare le politiche abusive di immigrazione e aumentare il dialogo con i sindacati e gruppi non governativi, viene sottolineato nella dichiarazione.

Sono circa 23 milioni di stranieri, di cui almeno 2,4 milioni di lavoratori domestici, che vivono nei Paesi del Golfo e rappresentano un contributo importante sia per le economie dei loro Paesi e per quelle dei Paesi in cui lavorano. Nel 2011, i lavoratori migranti nei Paesi del Gcc hanno mandato a casa più di 60 miliardi di dollari in rimesse. Il Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) raggruppa sei nazioni, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

“Che si tratti di abuso di lavoratori domestici nascosti alla vista del pubblico o del numero scioccante di morti tra i lavoratori edili, la condizione dei migranti nel Golfo richiede una riforma urgente e profonda”, ha detto Rothna Begum, ricercatrice di Human Rights Watch per il Medio Oriente sui diritti delle donne. “Ciò dovrebbe includere una revisione completa del sistema di sponsorizzazione abusiva dei visti kafala”.

Il sistema Kafala, a diversi livelli nel Golfo, limita la maggior parte dei lavoratori nel trasferirsi in un nuovo lavoro prima che i loro contratti finiscano se non ottengono il consenso del datore di lavoro, intrappolando molti lavoratori in situazioni di abuso. Molti lavoratori migranti sentono su di sè forti pressioni non solo per sostenere le loro famiglie a casa, ma anche per pagare enormi debiti contratti durante il reclutamento. Scarsamente monitorato da agenzie di reclutamento del lavoro dei migranti negli Stati del Golfo – in entrambi i Paesi, di origine e di destinazione – il sistema Kafala spesso sovraccarica i lavoratori migranti, li inganna sulle loro condizioni di lavoro, o non riesce ad aiutarli se incontrano abusi sul posto di lavoro.

In Arabia Saudita e in Qatar, i lavoratori migranti non possono lasciare il Paese senza ottenere il consenso del datore di lavoro per un “permesso di uscita” da parte delle autorità. Alcuni datori di lavoro hanno rifiutato di pagare gli stipendi, restituire passaporti, o fornire l’autorizzazione per i “permessi di uscita” al fine di ottenere il massimo controllo sul lavoro.

All’inizio di novembre, Amnesty International ha pubblicato un rapporto intitolato “No tempo supplementare: Come il Qatar non affronta ancora i diritti dei lavoratori in vista della Coppa del Mondo”: “Quattro anni dopo aver vinto il diritto di ospitare la Coppa del Mondo, il governo del Qatar non ha ancora preso le misure credibili necessarie per affrontare il diffuso sfruttamento del lavoro. Funzionari del Qatar hanno sempre riconosciuto la realtà di abusi contro i lavoratori migranti, e – soprattutto – la necessità di affrontare la questione, ma il tempo stringe,” afferma Amnesty International”.

Le monarchie arabe del Golfo ricche di petrolio, in particolare Arabia Saudita e Bahrain, hanno a lungo represso il dissenso e vengono richieste loro riforme democratiche da gruppi per i diritti umani fortemente critici.

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