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Serbia, un Paese ancora da ricostruire

di Salvo Ardizzone

La Serbia, ai tempi di Tito, egemonizzava l’intera Jugoslavia; sotto la direzione di Milosevic, all’alba degli anni ’90, s’imbarcò nella sciagurata serie delle guerre balcaniche che, attraverso infiniti massacri e distruzioni, le fecero perdere praticamente tutto, anche il Kosovo, ritenuto la culla della sua storia e del suo Popolo. Da ultimo anche il Montenegro, nel 2006, è divenuto indipendente, privandola dell’unico sbocco al mare e confinandola nel cuore dei Balcani. 

Presa da quel turbine di vicende drammatiche, non ha fatto i conti con la struttura della propria società e della propria economia, come invece hanno fatto diversi altri Stati dell’Est Europa, emersi dopo il 1989 dalle macerie della Guerra Fredda e della contrapposizione fra Blocchi. D’altronde, nell’ultimo quindicennio, la situazione politica serba è stata instabile, con Governi costretti a fare fronte alla frustrazione di un Popolo che la cieca irresponsabilità della sua classe dirigente aveva più volte portato sul ciglio d’un baratro; mettere mano ad una riforma vera delle tante aziende di Stato, costose quanto inefficienti, avrebbe comportato costi sociali difficilmente sostenibili.

Ma le cose cambiano; alle elezioni del 16 marzo, il Sns (il Partito del Progresso Serbo di Aleksandar Vucic) ha ottenuto la maggioranza dei suffragi e dei seggi; dandogli per la prima volta la possibilità di costituire una solida maggioranza capace di gestire un programma scomodo senza contrattarlo con altri. L’Sns è una creatura recente, nato da una costola del Partito Radicale Serbo (Srs), che aveva connotazioni ultra nazionaliste e anti occidentali, ma, come abbiamo detto, le cose mutano, ed ora in testa alla sua agenda vi è la riforma del Paese e dell’economia che non può più attendere.  

Centinaia di aziende in perdita cronica dovranno essere ristrutturate, abbandonando l’immobilismo e l’eccessivo gradualismo adottato sin’ora, e si dovrà agire in un contesto assai mutato rispetto ai decenni scorsi, quando l’interesse dei capitali internazionali per i Balcani Occidentali era alta. L’amara “terapia d’urto” capitalistica che s’apparecchia, condurrà certamente a proteste e disordini di massa per i forti costi sociali che porterà; è lo scotto che il Paese sarà costretto a pagare per riforme evitate da vent’anni ed ora non più rinviabili, pena il definitivo collasso dello Stato. Inoltre, senza di esse, sarebbe impossibile attirare ora quei capitali indispensabili allo sviluppo della Nazione. 

Ma quest’azione drastica dovrà avvenire in uno scenario internazionale assai delicato, caratterizzato da una crisi di rapporti fra Russia e Ue dagli esiti imprevedibili; una situazione doppiamente scomoda per la Serbia, che da un canto è stata storicamente vicina a Mosca, e dall’altro intende entrare nella Ue, anche tramite i buoni uffici di Berlino con cui (e con le cui aziende) ha intrecciato stretti rapporti. 

In realtà, la principale preoccupazione di Belgrado è il South Stream e il suo destino; la Serbia importa dalla Russia il 90% del suo fabbisogno di gas, che le arriva tramite l’Ucraina e, in qualche parte, dall’Ungheria; il South Stream, bypassando l’area di crisi ucraina, le assicurerebbe la tranquillità energetica. Ma, come si sa, quel gasdotto, pur tanto importante non solo per i Balcani, ma anche per tutta l’Europa Centrale, è nel mirino di chi punta sulla contrapposizione con Mosca (leggi Usa) e già la passata Commissione Europea ha creato mille ostacoli per affossarlo. 

A parte questa legittima inquietudine, la crisi ucraina pone Belgrado dinanzi ad altre scelte spinose: avallare l’annessione della Crimea (sposando la tesi dello storico alleato russo), giustificata da Putin proprio col precedente del Kosovo, equivarrebbe ad archiviare definitivamente ogni rivendicazione su quella regione, cosa che, per la sua valenza, imporrebbe al Governo di Vucic un costo politico non indifferente. D’altronde, lasciare aperta quella porta, permetterebbe un domani di giustificare un’eventuale annessione della Srpska, l’entità serba di Bosnia, qualora quello Stato creato a fatica sulla carta dovesse collassare (cosa tutt’altro che improbabile). Di qui il profilo basso tenuto da Belgrado sulla questione ucraina, evitando d’assumere posizioni nette.

Le sfide che la Serbia è ora chiamata ad affrontare sono immense, ristrutturazione del suo sistema produttivo in testa, con enorme disagio sociale già da mettere in conto, e non crediamo che l’eventuale adesione alla Ue, matrigna interessata assai più che madre, addolcirebbe quella pillola amarissima. D’altronde, per quel piccolo Stato segnato da troppe prove drammatiche, rimanere solo, fuori da ogni blocco, potrebbe significare il tracollo come già sta avvenendo alla Bosnia.  

L’area è segnata ancora da troppi elementi di tensione, questione albanese in testa e dei Serbi di Bosnia; una crisi originata da pesanti squilibri sociali ed economici potrebbe innescare nuove follie nazionaliste, che covano nei cupi sogni di rivalsa di troppi. Sarebbe tempo che quelle terre, segnate da troppo sangue e troppe distruzioni, imboccassero finalmente la via d’un pacifico sviluppo.     

  

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