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Niscemi, una terra sfruttata tra sciacallaggio e incuria

Anni fa Niscemi salì alle cronache nazionali e non solo, per il Muos, la famigerata stazione radar della marina militare americana, costruita all’interno della riserva naturale della Sughereta. Sì, avete letto bene, una pericolosa installazione militare all’interno di una riserva naturale. Oggi, il paese in provincia di Caltanissetta ritorna sulle cronache nazionali, ma questa volta per un disastro ambientale senza precedenti; una spaventosa frana ha isolato l’intero paese. Anche in questo caso, le cause principali sono da ricercare nell‘incuria e nello sciacallaggio politico, di cui la terra siciliana è vittima da almeno 80 anni.

Ci siamo già occupati del caso Niscemi-Muos diverse volte e continueremo a farlo, perché laggiù un intero territorio è stato svenduto insieme alle sue popolazioni. Un quadro scellerato che vede devastati aria, suolo e sottosuolo compromessi insieme alla salute della gente.

In tutti gli scempi perpetrati sulle spalle di popolazioni e regioni, troveremo analogie nelle radici della situazione di Niscemi e nei motivi che l’hanno determinata; lì troveremo insieme: strategicità di un territorio e dunque la sua appetibilità, debolezza e inconsistenza delle strutture politiche locali e connivenza in quelle più alte, mancanza d’un solido tessuto economico preesistente, che avrebbe permesso alla società di mantenere la propria aggregazione, un proprio modello di vita e resistere allo sfruttamento.

È una sudditanza stracciona, fatta d’ignoranza, d’incapacità di comprendere, di grettezza che si ferma ad una visione della realtà miope quanto superficiale, di convenienza spicciola che svende se stessi e la propria gente per il classico piatto di lenticchie.  

Niscemi

Niscemi e il Muos

È stato definito un “mostro”, ma qualcuno lo ha battezzato col nome di Muos donandone l’uso esclusivo alle forze armate statunitensi, oggi presenti più che mai nel territorio siciliano. Si chiama Mobile User Objective System l’arma perfetta per le guerre del ventunesimo secolo, quelle guerre che si mascherano di belle parole come “democrazia” e “libertà” e che invece si macchiano di milioni di vittime innocenti. Consiste in tre grandi antenne radar che trasmetteranno con frequenze comprese tra i 240 e i 315 MHz (intensità altissima capace di produrre col tempo leucemie e mutazioni genetiche del corpo umano fino ad un raggio di circa 150 km da esso).

Il Muos serve agli Usa per le loro guerre in Siria, in Libia e in quei Paesi dove cercano di instaurare la loro egemonia con la scusa del “portare la democrazia”. Sono solo quattro nel mondo ed uno si trova proprio in Sicilia, regione dalla posizione geografica strategica per i loro loschi scopi.

Troppe volte il movimento NoMuos e i vari comitati siciliani hanno denunciato la pericolosità di tale strumento a svantaggio non solo dei residenti di un paese noto per la coltivazione di carciofi, ma dell’intera penisola siciliana. È già noto, ad esempio, che le antenne del Muos potrebbero interdire l’uso dell’aeroporto di Comiso e di buona parte dello spazio aereo siciliano, ostacolando perciò lo sviluppo della stessa regione a favore di azioni di guerra che vanno a scontrarsi ideologicamente con l’art. 11 della Costituzione italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (..)”.

Veniamo alla frana di Niscemi

Le cause che hanno scatenato la spaventosa frana della scorsa settimana sono diverse: argilla, forti precipitazioni, abusi edilizi che hanno devastato il territorio e soprattutto, malgoverno. La frana che ha interessato Niscemi non è un evento improvviso né imprevedibile, ma il risultato di una combinazione ben nota di fattori e responsabilità. La frattura lunga 4 km ha già inghiottito case e strade. In tutto questo, le nostre istituzioni e soprattutto chi doveva vigilare, hanno dimenticato che la Sicilia centro-meridionale è una delle aree più franose d’Italia.

Precedenti colpevolmente ignorati

La frana che giorni fa ha inghiottito una parte di Niscemi non ha destato particolare sorpresa agli abitanti del paese. Perché? Il 12 ottobre del 1997 una frana aveva già colpito Niscemi, soprattutto i quartieri Sante Croci, Pirillo, Canalicchio e la chiesa settecentesca di Sante Croci. In quell’occasione 400 persone furono costrette a lasciare le proprie case.

Nonostante la gravità dell’evento, non venne avviato alcun progetto strutturale per la messa in sicurezza del territorio colpito dalla frana. Da quel momento, l’emergenza divenne cronica. Per quasi un decennio lo stato di emergenza fu ripetutamente prorogato. L’area era già stata classificata a rischio idrogeologico molto elevato, con studi che confermarono l’instabilità strutturale dei terreni sabbiosi poggianti su strati argillosi impermeabili. Nessuna grande opera di consolidamento venne realizzata.

Nel 2014 una nuova frana di grandi dimensioni riportò l’attenzione sul rischio di collasso generalizzato. La Regione Siciliana stanziò circa nove milioni di euro. Spesi zero. Come mai? Ci sono dei responsabili? Silenzio.

Rialziamo la testa

La Sicilia è una pietra angolare nella storia del Mediterraneo, crocevia fertile di popoli e tradizioni, protagonista della migliore filosofia. Ed è qui, nel suo entroterra, tra i paesini che non contano milioni di abitanti ma preziosissime ricchezze culturali, che c’è la serratura dove la chiave di cui parla Goethe dovrebbe innescare un tempo nuovo, da qui si può riforgiare “l’immagine dello spirito” di una nuova sicilianità.

Oggi, Niscemi resta un paese isolato, con oltre 1500 cittadini sfollati e tanta incertezza. In compenso, il paese è diventato crocevia di politicanti che cercano, anche nelle disgrazie di cui sono responsabili, di trovare uno spiraglio di visibilità. Queste scene meschine non dovrebbero trovare solo sfogo di una cittadina disperata, ma la rabbia decisa di un intero popolo che da troppi anni ha abbassato il capo alle angherie di un sistema politico corrotto e complice. Rialziamo la testa e prendiamoli a calci…!

di Giovanni Sorbello

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