Liguria: nefandezze dietro la vendita dei beni della Regione

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di Salvo Ardizzone

Era la fine del 2010 e la giunta ligure, guidata dal Pd Burlando, era a caccia di denaro per ripianare buchi di bilancio; fra questi c’era un cronico disavanzo sanitario, che dal 2007 costringeva la Regione a un piano di rientro concordato con il Ministero, e che legava le mani per ulteriori “investimenti”. Di qui è nato un lampo di genio, inserito nella finanziaria regionale per il 2011: un piano di vendita di vecchi immobili con cui abbattere quei debiti.

Ma a chi vendere, e a prezzi sostenuti, quelle strutture fatiscenti? Ai privati neanche a pensarci, viste le generose valutazioni fatte dalla Regione per ricavare il massimo, e allora ecco che spunta l’Arte, l’Azienda regionale territoriale per l’edilizia (l’ex Istituto Case Popolari), controllato appunto dalla stessa Regione.

L’Arte avrebbe dovuto – in teoria – rilevare gli immobili per venderli sul mercato, ma i soldi per acquistarli non ce li ha e, malgrado si svuoti le casse, è costretta a ricorrere a un finanziamento di 106 Ml dalla Cassa di Risparmio di Genova; finanziamento che, oltre ad essere garantito dalla Regione, costa oltre 3 Ml di interessi passivi all’anno. Ovviamente le aste per vendere gli immobili vanno deserte, e in groppa all’Azienda rimangono sia gli immobili inutili che il prestito che costa milioni e continua a svuotarne le casse.

Ricapitolando: la Regione Liguria ha un buco di bilancio grosso così; per abbatterlo e tornare ad avere le mani libere, stabilendo prezzi di sua convenienza vende degli immobili ad una sua controllata, che per acquistarli deve indebitarsi a caro prezzo con una banca e con garanzie prestate dalla stessa Regione. Insomma una semplice partita di giro, con una Regione che, nel complesso, continua ad avere lo stesso debito aggravato da milioni d’interessi passivi all’anno. Ermete Bogetti, il Procuratore regionale della Corte dei Conti, è stato durissimo nello smascherare un’operazione da magliari, fatta per nascondere un disavanzo che in tal modo s’aggrava d’interessi.

Ma c’è di più: Arte, senza più fondi drenati dal prestito, non può più mandare avanti la gestione delle Case Popolari, che poi sarebbe la sua funzione, e con 3.700 domande in carico riesce a malapena ad assegnarne 100, perché non ha fondi per la manutenzione di appartamenti che cadono a pezzi. Per uscirne, l’Arte ha deciso di vendere comunque i propri appartamenti, ma si tratta di svendere vista la manutenzione inesistente, aggiungendo un danno ulteriore all’operazione disgraziata.

È l’ennesima manifestazione di un’Italia allo sfascio, fatta di finzioni, imbrogli e disprezzo totale della cosa pubblica; è l’ennesimo esempio di malgoverno di cui una popolazione rassegnata e inerte non riesce a trovare la dignità di chiedere conto.

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