Libano: intervista con Padre Abdo Raad (I^ parte)

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Beirut – Nel panorama Mediorientale, il Libano è un Paese senza dubbio di un’importanza fondamentale: il suo equilibrio ora come non mai è il punto di riferimento per contenere gli smottamenti delle nazioni limitrofe, le ingerenze d’Israele e gli interessi occidentali nella regione. E’ un dato di fatto oggettivo che l’asse tra l’Iran e il “Paese dei cedri” deve tenere poiché le forze sunnite non hanno mostrato volontà di pace negli ultimi anni alimentando demoni e furori nel mondo in generale e in quello sciita.

Infine e di non ultimo conto, Beirut è la capitale di uno Stato piccolo che ancora si barcamena tra una non piena indipendenza e la lunga mano di potenze straniere, come dimostra l’ultima crisi scatenata dalle forzate dimissioni del Premier Saad Hariri dall’Arabia Saudita. Di questo episodio, il pericolo maggiore deriva dal fatto che non è noto ancora e, probabilmente non lo sarà mai, il motivo per il quale il Primo Ministro (con cittadinanza anche saudita), sia stato trattenuto a Riyad. Non è lecito andare ad intuito, né la semplice cronaca dei fatti è sufficiente per comprendere le vere forze e i reali piani che si stanno disegnando per il Medioriente.

Al fine di avere un’idea più chiara della situazione libanese, è necessario allora parlare con chi è al di fuori dei giochi politici ma attivamente impegnato nella quotidianità e nelle questioni più urgenti di questa terra tanto cruciale.

Padre Abdo Raad, attualmente responsabile del Collegio di San Basilio nella Diocesi di Roma, nato a Kfarnabrakh, comune del distretto di Chouf  in Libano, fa parte della Chiesa Greco-Cattolica Melchita. Piccola ma importante comunità questa, è presente nei luoghi più strategici, in Siria, Iraq, Palestina e Libano, dove il lavoro tra i profughi è sempre più impegnativo.

La Chiesa Greco Cattolica Melchita è nata nel 1724 dopo un avvicinamento della Chiesa Antiochena Ortodossa con la Chiesa Romana; il termine “Greco” sta per “Orientale”, ossia di rito Bizantino. A Roma la Chiesa Patriarcale è Santa Maria in Cosmedin. Padre Abdo Raad appartiene all’Ordine Basiliano del Santissimo Salvatore, fondato nel 1683 da Eutimio Al-Sayfy, il quale aveva bisogno di religiosi intorno a sé per portare avanti la sua opera.

Il primo convento sorse nella zona del Chouf in Libano, in un villaggio chiamato Joun e dato che a quei tempi non esistevano movimenti o congregazioni cattoliche in Oriente, l’organizzazione segue il Diritto Pontificio.

Padre Abdo, mi parli della sua associazione “Annas Linnas”

“Annas Linnas è nata nel 2010 e significa “gli uni per gli altri”; è stata creata per servire e avvicinare la gente e i membri che ne fanno parte appartengono a tutte le confessioni religiose: ci sono cristiani, musulmani, drusi e laici. Ciò che ci accomuna è la cura dell’essere umano, di chi ha bisogno, ma il termine “bisogno” non indica soltanto chi versa in uno stato di povertà, ma esso si materializza nel rispetto dell’uno per l’altro. Organizziamo molte conferenze, anche in collaborazione con associazioni mondiali. Il nostro scopo è avvicinare la gente per convincere gli individui che i conflitti non risolvono i problemi, solo il dialogo ha questo potere.

Con lo scoppio della guerra in Siria e l’urgenza dei profughi ad un certo punto ci siamo accorti che soccorrere questa gente esclusivamente con generi alimentari creava non pochi problemi. Così, in collaborazione con l’associazione Italiana “Cesvi” è nato il progetto “cash for work”che pone al centro dell’attenzione un principio fondamentale: il lavoro unisce.

Dapprima infatti accadeva che i profughi siriani, iracheni etc… ricevendo chili di riso da ogni parte, lo andavano a vendere agli stessi commercianti libanesi in cambio di soldi. Ciò creava uno scompenso nella catena della compravendita. Il “cash for work” allora ha messo a punto un sistema grazie al quale il rifugiato possa lavorare per il bene comune, costruendo ciò che serve, pulendo le strade e facendo agricoltura nelle terre dov’è possibile, in cambio di denaro. In questo modo si restituisce dignità al profugo, fa lavorare insieme siriani, palestinesi, libanesi e iracheni e non nuoce al sistema del commercio territoriale. Il rifugiato diventa un cliente e non è più un peso. Quando si lavora insieme, s’inizia a comprendere che tutti abbiamo bisogno della pace.

Altra importante iniziativa dell’associazione Annas Linnas è stato l’avvio di un’attività teatrale tra i giovani per rappresentare le problematiche dei rifugiati. Lavoriamo molto anche per i bambini, contro la violenza su di essi. Abbiamo messo appunto un’iniziativa che si chiama “la casa della carità” a pochi chilometri da Beirut, in un villaggio che si chiama Naameh. Questa non è una scuola formale ma ospita 240 bambini rifugiati che non hanno trovato posto nelle scuole pubbliche. Per non lasciarli vagare per le strade con tutte le conseguenze negative che si possono immaginare, abbiamo creato questo luogo dove possono ricevere una scolarizzazione decente. E’ chiaro, abbiamo bisogno di fondi per pagare gli insegnanti, i trasporti, la benzina e lo Stato non è abbastanza efficiente. Il problema più grande di questo mondo e del Libano è la corruzione.

Lo Stato in Libano prende soldi dalle Nazioni Unite e dall’Unicef per ogni bambino rifugiato ma nessuno controlla se effettivamente questi vanno a scuola o meno. L’unica cosa che conta sono i soldi, prendere il denaro. Il meccanismo è questo: lo Stato registra il nominativo e fa delle liste ma più che spesso accade che se andiamo negli istituti dove i bambini sono registrati, non li troviamo. Invece noi, con la nostra “casa della carità” e come associazione chiediamo di essere controllati; la nostra non è una lista di nomi per avere soldi. Tutte le associazioni, anche quelle italiane devono imparare a controllare con chi interagiscono e devono valutare il lavoro svolto anche quando collaborano con gli Stati.

Altro nostro progetto importante è il “giardino educativo”. Questa attività si svolge su un terreno donato da mio padre all’associazione ed è un centro culturale e di costruzione dove i rifugiati lavorano insieme e vengono educati al rispetto per l’ambiente perché in Libano il problema dei rifiuti e dell’inquinamento sono molto gravi. Qui, nel villaggio di Kfarnabrakh prevediamo corsi di formazione, di educazione e di lavoro manuale.

Lei ha viaggiato sempre molto per seminari, studi, corsi, congressi, l’ultimo in Giordania a fine Ottobre e ha soggiornato anche negli Usa, mi dica, come lo vede questo mondo, quali sono le questioni più urgenti?

Io vedo che questo mondo ha bisogno di “liberarsi delle Religioni” nel senso che bisogna imparare a separare la Religione dallo Stato. La legge dello Stato deve valere per tutti quelli che ci vivono a prescindere dalla confessione di ognuno. Le Religioni devono imparare ad uscire dal ghetto dove ognuna si è rinchiusa perché questo atteggiamento fa venire meno il dialogo tra le parti. Non bisogna avere paura di conoscere le tradizioni e le usanze dell’altro.

Il mio messaggio in particolare è per la religione Musulmana perché io vedo che ora è questo il campo del conflitto. I Musulmani devono avere il coraggio di separare la Religione dallo Stato. Questa problematica è stata sempre usata dai politici per fare i loro interessi, da sempre questa cosa è stata usata come leva per scatenare gli animi e usare i conflitti per guadagnarci. I capi religiosi allora devono essere così forti da affrancarsi dai politici e liberare loro stessi dai pregiudizi accumulati nella storia. Bisogna pensare al futuro e imparare dal passato. La gente stessa ha bisogno di capirsi, di liberarsi dei sistemi storici, non possiamo essere sempre schiavi di questi schemi.

di Ilaria Parpaglioni

 

 

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