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Libano, giovani palestinesi tra miseria e speranza

Vulnerabili, socialmente esclusi, politicamente emarginati e senza speranza per il futuro. Questa è la realtà per i giovani palestinesi di Ain al-Hilweh, il più grande campo profughi palestinese del Libano. Situato alla periferia della città meridionale di Sidone, Ain al-Hilweh è un campo cronicamente sovraffollato che ospita oltre 70mila rifugiati palestinesi e circa 30mila rifugiati siriani, per lo più di origine palestinese fuggiti dal conflitto siriano.

LibanoAmmassati in 1,5 chilometri quadrati, i residenti di Ain al-Hilweh vivono in strutture fatiscenti in mezzo a detriti in un labirinto di vicoli male odoranti. Fili elettrici aggrovigliati coprono il cielo, fogne a cielo aperto scorrono lungo i canaloni stretti.

Le leggi del Libano e dei decreti ministeriali hanno stabilito una serie di restrizioni che negano ai profughi palestinesi i diritti civili elementari. Essi sono privati del diritto di svolgere la maggior parte delle professioni, frequentare le scuole pubbliche, avere delle proprietà e muoversi liberamente nel Paese. Ad esempio, i palestinesi non sono autorizzati a lavorare nei campi della medicina, del diritto e dell’istruzione.

Gli uomini sono per lo più disoccupati, depressi e umiliati per non essere in grado di soddisfare le esigenze delle proprie famiglie. I giovani palestinesi in particolare soffrono le leggi sul lavoro e si limitano a praticare i mestieri più umili. I giovani di Ain al-Hilweh spesso finiscono per essere sfruttati dalla criminalità o da piccoli gruppi terroristici finanziati da paesi stranieri (Arabia Saudita, Qatar). Per poche lire vengono assoldati dai gruppi armati come militanti, facchini, spie, vedette e informatori all’interno dei campi.

Nel tentativo di garantire una prospettiva migliore alle nuove generazioni, Munir al-Maqdah, un alto comandante del movimento di Fatah ad Ain al-Hilweh e rappresentante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) nel sud del Libano, ha deciso di far rivivere lo storico movimento giovanile di Fatah, al-Ashbal (Giovani Leoni).

Maqdah, come la maggior parte i comandanti palestinesi, sta cercando di reclutare quanti più giovani palestinesi possibile con lo scopo di ostacolare l’avanzata dei gruppi estremisti all’interno del campo. Il comandante palestinese nel corso di un’intervista rilasciata ad Al-Akhbar ha dichiarato che: “Vi è la necessità di istruire e dare ai nostri giovani una corretta educazione militare in modo che siano in grado di distinguere il bene dal male, e sapere quando e dove è accettabile utilizzare la loro preparazione militare”.

“I ragazzi dai 6 ai 16 anni possono partecipare ad al-Ashbal solo se soddisfano una serie di requisiti e rispettano le severe norme che gli vengono imposte”, ha dichiarato Ahmad Atallah, osservatore militare di al-Ashbal e segretario generale del Movimento Giovanile Palestinese nel Sud Libano. Reclute di età inferiore ai sedici anni passano attraverso esercizi fisici e addestramento militare di base senza l’uso delle armi. Quando superano i sedici anni, iniziano l’addestramento militare armato.

I membri di al-Ashbal non solo sono obbligati a rimanere a scuola, ma devono anche prendere lezioni di religione in una moschea di recente costruzione, in modo che possano distinguere tra veri insegnamenti islamici e le idee settarie dei gruppi fondamentalisti.

La speranza del Ritorno a casa

Mentre c’è chi soffia sul fuoco della violenza, della divisione e del terrore, ad Ain al-Hilweh il comandante Maqdah coltiva la speranza nei giovani di al-Ashbal. La speranza di farcela in un mondo crudele che non gli ha mai concesso alternative se non quella di lottare per riavere la propria Terra.

Quella speranza che proprio Munir al-Maqdah espresse con parole forti e determinate – così come è nel suo stile – durante un nostro incontro avvenuto mesi fa ad Ain al-Hiweh: “Tra qualche anno lo potrete vedere con i vostri occhi; con l’aiuto di Dio tutti i rifugiati palestinesi faranno ritorno a casa, e Gerusalemme tornerà ad essere la capitale dello Stato palestinese”.

di Giovanni Sorbello

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