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Kenya avverte: Corte Penale Internazionale può destabilizzare l’Africa Orientale

Il procuratore generale del Kenya, Githu Muigai, in una riunione degli Stati membri della Corte Penale Internazionale nella giornata di giovedì, ha affermato che i membri della Corte Penale stanno giocando alla “roulette russa” con il Kenya. Al centro della riunione, richiesta dall’Unione Africana, è la crisi dovuta ai casi in esame alla Corte contro il presidente Uhuru Kenyatta e il suo vice, William Ruto, crisi che potrebbe destabilizzare l’intera regione dell’Africa Orientale.

“Il nostro Paese è la chiave di volta della pace e della sicurezza che coinvolge più di 250 milioni di persone da Gibuti al Congo orientale” ha aggiunto Muigai, sostenendo che il Kenya è un “pilastro di sicurezza” in Africa orientale.

Kenyatta e Ruto, incriminati per le violenze seguite alle elezioni del 2007, costate la vita ad oltre un migliaio di persone, negano le accuse. Il processo a Ruto è iniziato in ottobre, mentre quello di Kenyatta, fissato per il 12 novembre, è stato rinviato a febbraio su richiesta degli avvocati, con la motivazione della crisi alimentata dall’attacco terroristico contro il centro commerciale Westgate di Nairobi.

I processi si svolgono all’Aia, sebbene il Kenya avesse presentato istanza per il trasferimento degli stessi sul proprio territorio per facilitare la presenza degli imputati, e stanno avanzando a rilento e tra mille difficoltà.

In particolare l’accusa si trova in estrema difficoltà per quanto riguardo i testimoni, molti dei quali si sono ritirati dopo essere stati pesantemente minacciati nel loro Paese. La Procuratrice della Corte, Fatou Bensouda, lo scorso 11 marzo ha annunciato di avere deciso di chiudere il procedimento nei confronti del co-imputato del presidente Kenyatta, Francis Kirimi Muthauara, per sopravvenuta mancanza di prove, poiché i pochi testimoni sui quali si basava la tesi accusatoria, essendo minacciati, se non addirittura morti, non sono più in grado di testimoniare.

Il Paese dell’Africa orientale è alla ricerca di un immediato cambiamento nelle regole in modo che i capi di Stati sovrani non debbano sottoporsi alla Corte Internazionale dell’Aja, ma il problema è molto più ampio.

Oramai gli Africani non parlano più di International Criminal Court ma di African Criminal Court considerato il fatto che, dall’entrata in funzione della Corte, tutte e otto le situazioni di indagine processuale si riferiscono a Paesi africani: Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Uganda, Darfur (Sudan), Kenya, Libia, Costa d’Avorio e Mali.

In alcuni casi pendono mandati di arresto da vari anni che si dubita verranno mai eseguiti, tra questi c’è anche il procedimento nei confronti di Saif Gheddafi, il figlio dell’ ex rais libico nei cui confronti pende un mandato d’arresto dal giugno del 2011, bloccato per il rifiuto di consegnarlo all’Aja delle autorità libiche, che vogliono procedere direttamente in patria al processo di Saif Gheddafi.

Dure critiche vengono poste dall’ Unione Africana all’operato del Tribunale dell’Aia giudicato parziale e politicizzato tanto che l’Etiopia, il Rwanda e l’Uganda hanno promosso un summit straordinario a Kampala, per prendere le distanza dalla Corte Penale internazionale proponendo il ritiro in massa dei Paesi Africani.

Naufragata la proposta per le pressioni della Francia sulle sue ex colonie, gli Stati africani avversi al Tribunale dell’Aja si sono concentrati sulla sospensione dei processi alle massime cariche di Stato del Kenya, il presidente Uhuru Kenyatta e il Vice Presidente William Ruto. Ne è nata una richiesta ufficiale dell’Unione Africana presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In questo meeting avvenuto a fine ottobre sono emersi schieramenti, interessi e pressioni politiche che non hanno portato ad una votazione per l’intervento “oculato” della Russia che ha prudentemente preferito non porre a votazione la richiesta dell’Unione Africana, prendendosi tempo per convincere altri Stati, come per esempio l’Argentina nota per nutrire forti dissidi con la Gran Bretagna a causa della contesa territoriale delle Isole Falkland.

L’Unione Africana tra poco chiederà ufficialmente la votazione della richiesta presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Durante l’Assemblea degli Stati Membri dello Statuto di Roma prevista per il 28 novembre 2013 presenteremo una serie di emendamenti allo statuto tesi a riformare la Corte Penale Internazionale per rendere la giustizia esercitata più equa e meno Afrocentrica”, informa il Segretario Diplomatico del Ministro degli Affari Esteri keniota Robert Ngelu.  A lui cui ricordiamo che la sospensione dei processi sono considerati l’anticamera del loro annullamento e che la popolazione keniota esige una giustizia sui crimini commessi che portarono il Paese sull’orlo della guerra civile e del genocidio.

di Cristina Amoroso

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