Hi-Tech: futuro, quali lavori sopravviveranno?

Visualizzazioni : 135

Secondo Marc Benioff, fondatore, chairman e Ceo di Salesforce.com, ogni Paese dovrebbe avere un ministro del Futuro. Messa così torna alla mente il ministro dei Temporali cantato da De André. Ma il guru della Hi-Tech parla sul serio e le sue parole non sono passate inascoltate tra gli operatori delle start up che stanno ridisegnando il mondo nella Silicon Valley.

Hi-TechA scanso di equivoci, il futuro di cui parla Benioff non ha nulla a che fare con quello che io voglio o non voglio fare da grande, con i miei obiettivi, le mie aspettative o con il mio sogno nel cassetto. Si tratta di qualcosa di meno fumoso ed estremamente più concreto e semplice: conoscere e prepararsi al futuro che verrà. Negli ultimi quindici anni, tra villaggio globale e diffusione capillare di internet, il progresso tecnologico ha subito un’accelerazione repentina che ci ha tutti ammaliati e resi seguaci di un nuovo credo: il mito del progresso Hi-Tech. Si è allora creato un equivoco etimologico che ci sta impedendo di cogliere le insidie e le sperequazioni che si accompagnano alla crescente diffusione della tecnologia che pervade le imprese, gli uffici e, in breve, le nostre vite.

Progresso è sostantivo che associamo ai concetti di avanzamento, di cammino e che richiama l’idea di evoluzione, in ultima analisi di miglioramento. Ma ogni processo evolutivo ha i suoi rischi e il suo prezzo. Non tutti riescono ad adeguarsi al cambiamento e, restando indietro, in molti soccombono. Per dirla con una battuta, se accettiamo che gli uomini derivano dalle scimmie, non per questo tutte le scimmie sono diventate uomini. Ecco allora che uno studio attento della portata delle innovazioni tecnologiche, che sempre più invasive, ci accompagnano quotidianamente, potrebbe limitare i danni e contenere il prezzo che ci toccherà pagare nei prossimi anni.

Per essere più chiari facciamo un passo indietro. Per far funzionare una trebbia, agli inizi del Novecento, ci volevano 11 persone. Adesso ne basta una. E gli altri dieci, cosa fanno? Mutatis mutandis, pensiamo a quel florilegio di studenti che si preparano a diventare traduttori o interpreti. Se nessuno dice loro niente, faranno la fine di quei dieci contadini che si sono ritrovati a spasso quando la trebbia ha finito per accontentarsi della fatica di un solo lavoratore. Il fatto è che mentre loro si sforzano ad apprendere lessico e grammatica, qualcun altro sta sviluppando e perfezionando software di altissima precisione, che renderanno obsoleta la figura del traduttore o dell’interprete. Certo imparare le lingue sarà sempre esercizio utile per tenere allenata la mente, ma non permetterà di trasformare in professione tutto quel sapere, perché il problema sarà già stato risolto.

Lo stesso dicasi per quelle professioni che storicamente hanno sempre rappresentato orgoglio e vanto nelle società che finora abbiamo conosciuto. Solo a titolo di esempio, consideriamo la regina delle professioni borghesi: il medico. Medicina è tra le facoltà più care, impegnative e lunghe che si possano affrontare. Ebbene forse sarebbe il caso di dirlo che uno come Vinod Khosla, altro guru del settore, sostiene che “l’80% degli specialisti è destinato ad essere rimpiazzato dai computer” e che di questo presagio nefasto, quasi nessun ateneo ha tenuto conto. Questo non vuol dire che i medici spariranno. Semplicemente faranno cose diverse da quelle per cui stanno studiando e il loro numero è destinato a ridimensionarsi notevolmente.

Sono molte le figure professionali a rischio e ricomprendono infermieri, avvocati, contabili, quasi tutto il settore dell’industria e della finanza, per arrivare a impattare molte professioni meno qualificate come autisti, magazzinieri e cassieri.

Resta da capire qual è l’orizzonte temporale degli eventi. Quando, quella che Yuval Noah Harari chiama the useless class, la classe degli inutilizzati, farà capolino nell’apocalittica previsione di questi esperti? Non stiamo parlando di secoli e nemmeno di chissà quante decadi. Tutti gli analisti del settore concordano col prevedere che l’inarrestabile rivoluzione tecnologica, che silenziosa ma rapidissima trasformerà il mondo del lavoro che abbiamo finora conosciuto, arriverà al capolino nei prossimi trent’anni. Un arco temporale brevissimo al quale è necessario dedicare la dovuta attenzione. La conoscenza e la visione del futuro, vanno democratizzate. Il futuro non può essere una disciplina d’élite, ma dovrebbe essere argomento di confronto e pianificazione anche in termini politici. Perché se non abbiamo un’idea chiara del futuro che ci aspetta e non ci adoperiamo per esserne gli attori principali, rischiamo di esserne le inutili comparse.

di Adelaide Conti

lascia un commento

IlFaroSulMondo.it usa i cookies, anche di terze parti. Ti invitiamo a dare il consenso così da proseguire al meglio con una navigazione ottimizzata. maggiori informazioni

Le attuali impostazioni permettono l'utilizzo dei cookies al fine di fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Se continui ad utilizzare questo sito web senza cambiare le tue impostazioni dei cookies o cliccando "OK, accetto" nel banner in basso ne acconsenterai l'utilizzo.

Chiudi