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Golfo Persico, Stati Uniti stanno perdendo le loro basi

Un articolo pubblicato sul Wall Street Journal afferma che la recente guerra ha rafforzato l’influenza dell’Iran nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, indebolendo al contempo l’immagine della deterrenza americana tra i suoi alleati del Golfo.

L’articolo sostiene che le capacità missilistiche e dei droni iraniani hanno reso le infrastrutture di sicurezza del Golfo e le basi americane più vulnerabili di prima. Un ritiro degli Stati Uniti dal Golfo rappresenterebbe una vittoria strategica per Teheran e, pertanto, Washington è costretta a mantenere la propria presenza militare e ad accettare i costi a lungo termine della deterrenza.

Il Golfo Persico si chiama così per un motivo. L’Iran ha storicamente dominato questa vitale via d’acqua, tranne durante periodi di disordini interni o quando è stato limitato da una potenza esterna, come il Portogallo, l’Impero Ottomano, la Gran Bretagna e, dopo il 1971, gli Stati Uniti.

L’Oman, che da anni cerca di migliorare le relazioni con la Repubblica Islamica, si differenzia dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti nel suo approccio. Pertanto, non è inconcepibile che in futuro Muscat possa concordare con Teheran un sistema di tariffe o regolamenti congiunti per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz, la porta d’accesso al Golfo Persico.

Gli attacchi iraniani contro il territorio omanita hanno inviato un messaggio a Muscat, indicando che Washington non poteva più garantirle una protezione completa. A meno che l’amministrazione Trump non riconosca la fragilità delle posizioni sia americane che del Golfo, l’Iran potrebbe realizzare ciò che Saddam Hussein ha solo sognato.

Stati Uniti sono sempre stati un egemone esitante nel Golfo Persico

Gli Stati Uniti sono sempre stati un egemone esitante nel Golfo. In seguito al ritiro britannico nel 1971, Washington si affidò ai suoi alleati locali per proteggere le rotte marittime attraverso una politica nota come strategia dei “due pilastri”, basandosi principalmente su Arabia Saudita e Iran per la propria sicurezza. Tuttavia, l’Iran rimase di fatto il pilastro dominante fino a quando la Rivoluzione Islamica del 1979 non sconvolse questo equilibrio.

Gli Stati Uniti furono quindi costretti ad assumersi la responsabilità diretta. Nel 1980, il presidente Jimmy Carter annunciò quella che in seguito divenne nota come la “Dottrina Carter”, che stabiliva che qualsiasi tentativo di controllare il Golfo Persico sarebbe stato considerato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti e sarebbe stato contrastato con ogni mezzo, compresa la forza militare.

Durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988), la Marina statunitense mantenne aperte le rotte marittime, ma ciò avvenne al costo di due fregate danneggiate, la morte di 37 marinai e il ferimento di altri 31.
Saddam Hussein mise nuovamente alla prova Washington quando invase il Kuwait nel 1990, convinto che permettergli di mantenerne il controllo avrebbe rimodellato la regione a suo favore.

Oggi la Repubblica Islamica ha le capacità militari e ideologiche per esercitare pressione sui Paesi vicini qualora la deterrenza occidentale dovesse fallire. Washington potrebbe essere tentata di spostare le sue basi militari dal Golfo a causa dei danni subiti da molte di esse, ma ciò rappresenterebbe un disastro strategico.

La riluttanza del presidente Trump ad affrontare quella che definisce la “ricerca iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz” ha indotto la leadership iraniana a credere che l’influenza americana nella regione sia vicina alla fine.

Sauditi ed emiratini in grande difficoltà

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti stanno tentando di aggirare lo Stretto di Hormuz con nuovi oleodotti, ma questi rimarranno vulnerabili a missili e droni. Le capacità offensive dell’Iran si sono dimostrate più efficaci dei sistemi di difesa aerea combinati degli stati del Golfo e degli Stati Uniti.
La leadership iraniana è pronta a resistere a sanzioni e attacchi ben più severi di quelli che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti potrebbero infliggere loro da soli.

Dal 2019, anno in cui sono stati attaccati gli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais, Trump ha dimostrato di non considerare gli attacchi contro gli alleati del Golfo una ragione sufficiente per un intervento militare diretto degli Stati Uniti.

La guerra in corso ha inoltre confermato agli alleati di Washington che gli Stati Uniti non sono più il partner strategico affidabile di un tempo. Quel che resta della credibilità statunitense in Medio Oriente dipende dalla continua presenza delle sue basi militari nel Golfo e in Iraq, nonostante i rischi che corrono. Finora gli Stati Uniti non sono riusciti a vincere la “Battaglia di Hormuz” e la loro capacità di deterrenza si è notevolmente ridotta.

Se l’amministrazione Trump non è disposta a intraprendere una guerra su vasta scala per ottenere una vittoria militare – il che potrebbe comportare la perdita di cacciatorpediniere, il dispiegamento di truppe di terra nelle isole iraniane e la protezione dei convogli marittimi sotto il fuoco nemico per un periodo prolungato – deve almeno adoperarsi per minimizzare le perdite e impedire che il fallimento di Hormuz si trasformi in una sconfitta globale. Il primo passo dovrebbe essere quello di sottolineare che le basi statunitensi in Medio Oriente non saranno ritirate. Gli Stati Uniti hanno bisogno delle loro basi in Medio Oriente.

di Redazione

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