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Gas russo: Ue al bivio, fra continuare ad essere manovrati dagli Usa o intraprendere nuove strategie di sviluppo

di Salvo Ardizzone

È un fatto che l’Europa importa la maggior parte dell’energia che consuma, il 53% nel complesso; ad esser più precisi, il 42% del carbone, il 66% del gas e l’88% del petrolio, con un costo che supera il miliardo al giorno; è pure un fatto che il maggior fornitore sia la Russia, perché è da lì che viene il 39% del gas e il 33% del petrolio, ed è a Mosca che finisce più d’un terzo della bolletta energetica europea. A ben guardare, la collaborazione fra i due sistemi starebbe nella logica e nelle cose: da una parte un’area fortemente industrializzata e affamata di materie prime; dall’altra un Paese gigantesco ricco di quelle risorse, ma anche di capitali e bisognoso di investirli nelle sue infrastrutture inadeguate quanto fatiscenti; sarebbe il mix ideale per un reciproco sviluppo. Peccato che ciò che sarebbe logico, diremmo naturale, nella pratica si stia dimostrando sempre più difficile, grazie all’intervento di chi ha tutto l’interesse a che questi legami non si saldino.

Intendiamoci: non è che la Ue sia un’entità compatta, e non ha neppure i medesimi interessi; negli anni, per scelta o per semplice necessità, taluni hanno sviluppato maggiormente di altri le collaborazioni e gli interscambi con Mosca, alcuni fino a non poterne ora fare a meno, mentre altri dipendono poco o nulla dal gas e dal petrolio russo. Il fatto è, come abbiamo già detto tante volte, che al di là di vuote chiacchiere di maniera, la Ue semplicemente non ha una sua politica; così ognuno dei Paesi membri tenta d’avere una propria agenda, mirando a tirare gli altri dietro ai propri interessi.

La Germania, che con la Russia ha storici legami, punta ad una posizione d’egemonia economica sui Paesi dell’Est Europa; in questo le sue mire non si scontrano necessariamente con Mosca, nella sostanza si tratta di una rinegoziazione degli accordi, che tenga conto del peso che ha ormai acquisito, e il Kremlino, fin qui, non ha alcun interesse a negarglielo. Una vicinanza in qualche parte assimilabile a quella italiana, che, senza alcuna velleità d’egemonia, vanta un’antica collaborazione con la Russia che entrambi hanno tutto l’interesse a intensificare.
Posizione diversa è quella di altri Paesi che, per diverse motivazioni alle volte contingenti, vorrebbero invece una contrapposizione con Mosca, magari sfumata per alcuni, o senza se e senza ma per la Polonia e gli Stati Baltici, ma tutti spinti su questa via dalla lunga mano di Washington (gli Usa, nella loro strategia globale, non intendono concedere a nessuno di potersi ergere a potenza egemone d’uno scacchiere e, meno che meno, che possa saldarsi una vasta area di cooperazione euro asiatica che li veda esclusi).

Da questa mancanza di dottrina politica propria è scaturito l’allargamento a Est senza fine della Ue, fino a prendere in considerazione la stupidaggine d’includere Ucraina e altri Paesi ancora, che non solo sono troppo diversi, ma oggettivamente sono calati in sfere d’interessi e ambiti economici e politici strettamente interconnessi con la Russia. Una palese entrata a gamba tesa sulle logiche aspirazioni di Mosca, che ha ben poche reali motivazioni che non siano il puro e semplice contenimento del Kremlino; avrebbe avuto ancora una qualche giustificazione in una logica di collaborazione fra le due aree, di ponte, ma è stata pensata dai suoi sponsor come dichiarata contrapposizione. E se, come detto, quella era una stupidaggine, l’indefinito dilatarsi a Oriente della Nato è stata una perfetta idiozia, studiata a tavolino come contenimento d’un Paese a cui si deve negare il ruolo di soggetto egemone in un’area (peraltro sua di fatto).

Da queste dinamiche si sviluppa il disastro che insanguina l’Ucraina, le sanzioni a cui i Paesi della Ue sono progressivamente tirati e il sistematico sabotaggio d’ogni serio tentativo di soluzione della crisi. Un vero capolavoro di Washington che, senza impegnarsi o pagare pegno minimamente, distrugge pezzo a pezzo le antiche relazioni che erano sorte fra diversi Stati europei e la Russia, e mette in difficoltà Mosca, rimanendo al centro d’uno scacchiere che stava per vederla esclusa. Da queste stesse dinamiche scaturisce l’avversione e il sostanziale siluramento del South Stream, il gasdotto che avrebbe portato nell’Europa Centrale e nei Balcani il gas russo attraverso il Mar Nero, bypassando l’Ucraina con tutti i suoi guai.

Il Terzo Pacchetto Energia (Tpe) della Ue, pubblicato nel 2009 allo scopo di migliorare l’integrazione e il funzionamento del mercato energetico europeo, prevede che una società non possa contemporaneamente possedere e gestire una rete gas, tantomeno se è Paese produttore. Tuttavia, nella consapevolezza che si tratta d’infrastrutture estremamente costose, è pure previsto che alcuni progetti particolarmente importanti possano essere esentati da quelle regole, per permettere a chi effettua enormi investimenti di rientrare dalle spese fatte; in caso contrario, nessuno impiegherebbe quelle somme. È quello che è accaduto per il Tap (Trans Adriatic Pipeline), che porterà in Italia il gas azero attraverso Turchia e Grecia, a cui sono state concesse una lunga serie di eccezioni, malgrado la portata del gasdotto sia di soli 10 Gmc, a fronte dei 38 Gmc, incrementabili fino a più di 60, di South Stream, a cui la stessa tipologia di eccezioni sono state negate.

Malgrado i Governi degli Stati interessati abbiano conferito al progetto lo status di opera prioritaria, la Commissione Europea sta tentando di bloccare smaccatamente lo sviluppo del gasdotto, con una serie di comportamenti manifestamente discriminatori, in cui si vede tutto “lo scenario politico” del momento.
Per l’Italia è una scommessa importante (nel consorzio offshore l’Eni ha il 20%, accanto al 50% di Gazprom e al 15% a testa di Edf e Wintershall), ma lo è per tutta l’Europa, visto che l’approvvigionamento dal Nord Africa è sempre più incerto e problematico, e i rigassificatori una promessa lontana, almeno nelle potenzialità sufficiente alle esigenze. La Ue è a un bivio, fra il continuare ad essere manovrati da oltre Atlantico (e far pagare un prezzo terribile ai Sistemi Paese europei) e intraprendere in autonomia la via dello sviluppo e della cooperazione con chi ha interessi coincidenti. La risposta dovrebbe essere naturale, ma l’esperienza raffredda l’ottimismo.

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