Burocrazia: il potere che paralizza l’Italia

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di Salvo Ardizzone

Il fatto che il Sistema Italia sia bloccato, e paghi un prezzo altissimo ad una burocrazia abilissima a paralizzare ogni cosa per affermare su tutti il proprio potere è cosa nota; diverse volte ne abbiamo già parlato. Ora, anche la Commissione Bicamerale per la Semplificazione lo afferma nella sua relazione, approvata all’unanimità il 31 marzo dopo tre mesi e mezzo di audizioni. È una miniera di prassi surreali, di follie fatte per farci male in ogni modo, ma soprattutto per perpetuare lo strapotere e l’impunità dell’unica categoria ora imperante: i superburocrati e le loro corti.

Quello della mania di leggi e regolamenti è un nostro vizio antico, figlio dell’incapacità di prendere decisioni chiare e nette e della volontà di rifiutare ogni responsabilità da parte di chi decide e soprattutto di chi deve gestire le decisioni (leggi i burocrati). Così da un canto si legifera e si regolamenta su ogni cosa, dall’altro si sta attenti agli interessi delle lobby amiche e, in un succedersi d’eccezioni e di distinguo, ci si riserva la più ampia discrezionalità.

Per capirci, se già vent’anni fa in Italia si calcolava esistessero 150mila provvedimenti normativi contro i meno di 7.500 in Francia e i circa 5.600 in Germania, ora s’è perso ogni conto; e non lasciatevi ingannare quando il politico di turno si pavoneggia dicendo d’aver eliminato una marea di normative inutili: in genere si tratta di provvedimenti in concreto non applicabili. Si. In Italia c’è pure questo autentico cancro che troppo spesso passa sotto silenzio.

Quando si licenzia una legge in un quadro normativo così complicato, il più delle volte (quasi tutte), si rinvia a regolamenti applicativi che “dovrebbero” essere emanati dai Ministeri; diciamo “dovrebbero” perché a febbraio scorso, dei 1.277 (1.277!) decreti necessari a rendere applicabili le misure annunciate con tanto di grancassa dai Governi Monti e Letta, ne erano stati varati 462, circa un terzo, e per centinaia dei rimanenti è ormai irrimediabilmente tardi: il tempo è scaduto. E non è certo pratica recente se diversi provvedimenti di liberalizzazione emanati addirittura dal Governo Prodi nel 97’, restano ancora inefficaci per mancanza di regolamentazione.

È il potere delle alte burocrazie ministeriali che opera qui tutta la propria capacità d’interdizione d’ogni cambiamento da un canto, e di incidere, d’impedire di fatto, di modificare,d’orientare l’applicazione di norme a beneficio di lobby e centri di potere. E quando proprio bisogna bloccare tutto, come dice il sottosegretario alla presidenza Legnini, basta mettere le paroline “di concerto fra i Ministeri interessati”, perché quel “concerto” di certo c’è che non si troverà mai. Nel vuoto di potere d’uno Stato debole, privo di principi e in perenne stato confusionale, l’alta burocrazia è divenuta il vero potere, attorno a cui si coagulano interessi troppo spesso opachi, che con quelli generali assai poco hanno a che spartire. Inoltre, “la complicazione normativa ha consentito alla burocrazia di difendersi dalle responsabilità penali, trovando rifugio nella copertura legislativa” dice la Relazione; come dire che fra i cavilli, il bravo burocrate trova sempre una scappatoia per farla franca.

Sia come sia, secondo i dati forniti dalla Corte dei Conti alla Commissione, malgrado ogni tentativo di semplificazione, per ogni dieci norme che si riesce ad abrogare, ne entrano in vigore almeno dodici: se questo è semplificare!

È il sistema complessivo che è marcio, lasciato privo di direzione da una politica inetta e assente, in balia del primo centro di potere che sorge; né il tanto declamato “federalismo” di cui troppi si sono riempiti la bocca ha attenuato il problema, anzi! Ha solo moltiplicato a dismisura ambiti discrezionali, arbitrii e costi d’una macchina amministrativa impazzita che bada solo a se stessa e alle proprie convenienze, in totale spregio di chi dovrebbe amministrare.

Già, abbiamo detto i costi. Spaventosi. Cominciamo parlando di quanto un cittadino, un’azienda debba spendere in più in termini di tempo dedicato, di ritardi e di “specialisti” per dialogare (si fa per dire) con strutture pubbliche sorde e inefficienti, che rifiutano anche solo di parlarsi fra loro. Uffici unici, competenze accorpate, obblighi d’acquisizione d’ufficio di documentazioni sono lasciate alla discrezionalità del burocrate di turno, dinanzi al quale la massa dei cittadini e delle imprese è indifesa. E non lo diciamo noi, sono le audizioni della Commissione a gridarlo.

Ma ci sono altri costi, anche questi enormi, in termini di sperequazioni, non parliamo con gli altri Paesi, altro pianeta, ma anche solo con chi è “ammanigliato” e conosce i “corridoi” e le loro regole. Non è civile. Non è ammissibile. Come pure non è ammissibile lasciare che il sistema produttivo Italia si debba confrontare ad armi impari con realtà sideralmente diverse in termini di risposte, di supporto amministrativo del resto del mondo.

Fin quando sarà permesso questo sconcio; fin quando saranno permesse queste rendite di potere; fin quando non saranno spezzati i mille lacci e i mille ricatti che li perpetuano, l’Italia non potrà cominciare ad essere un Paese normale. E di ripresa scordiamoci di parlarne.

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