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Albania, una grande occasione persa dall’Italia

di Salvo Ardizzone

In Italia dell’Albania non si occupa nessuno; al massimo, con la consueta superficialità, ci si ferma agli stereotipi dei primi anni ’90, quando carrette arrugginite sbarcavano nei porti dell’Adriatico folle cenciose in cerca di un Eldorado che non c’era.

Ma da allora, quando laggiù c’erano solo 300 Km di ferrovie e un solo aeroporto degno del nome, tantissimo è cambiato e continua a cambiare sulla spinta dei cantieri che, fra pacchianerie architettoniche e infrastrutture, stanno costruendo un Paese completamente diverso.

Dopo i disastri seguiti al crollo del regime, Tirana ha cominciato a risalire la china tenendo per anni ritmi di crescita “cinesi” e, anche se ora sono rallentati, basti dire che per il 2016 è atteso un aumento del Pil del 4% e una diminuzione della disoccupazione. Per quanto possa sembrare strano, è ormai un Paese in crescita, ancora pieno di squilibri (e di buche nelle strade) ma strettamente connesso all’andamento dei mercati.

Dietro questo sviluppo c’è il Fmi e la Banca Mondiale che, per conto di Washington, qui non hanno mostrato la stessa faccia avara che nella vicina Grecia; senza fastidiosa pubblicità, hanno messo di fatto sotto tutela la Banca d’Albania e l’intera economia. Gli Usa entrano ormai in ogni settore, compreso il turismo che già oggi fornisce il 10% del Pil e comincia a far una dura concorrenza alle coste italiane, destinata a crescere rapidamente. E grazie ai suoi interessati protettori, anche per la Ue l’Albania è tutt’altro che dimenticata, per tutti valga l’esempio del Corridoio Europeo n. 8 che collegherà Durazzo con Pristina.

Ma perché questo interesse di Washington per un Paese che l’Italia ha considerato insignificante? In realtà l’Albania è assai più strategica di quanto si pensi, posta com’è all’imbocco dell’Adriatico, fra una Grecia sempre più disastrata e i Paesi dell’ex Jugoslavia che stentano a riprendersi.

Grazie al fatto che ha corpose minoranze in tutti gli Stati vicini (due milioni in Kosovo, 500mila in Grecia, 600mila in Macedonia e diverse migliaia in Montenegro) è stata ed è lo strumento perfetto per destabilizzare l’area all’occorrenza; basti pensare alla guerra con cui si volle aggredire brutalmente la Serbia, privandola di una sua storica regione, facendo valere quel principio dell’autodeterminazione adesso negato alla Crimea; una guerra che trovò le sue pedine proprio a Tirana. Ma fatti più recenti (vedi in Macedonia) dimostrano come il sistema sia buono per scuotere ogni Governo che non s’allinei, in un’area che di suo vanterebbe storici legami con la Russia.

Ormai per gli Usa l’Albania è una solida base: nel 2009 è entrata nella Nato; dal 2002 le sue Forze Armate rientrano nel programma di aiuti del Dipartimento della Difesa e sono andate al seguito del grande fratello a Stelle e Strisce in Afghanistan, Iraq, Bosnia, Ciad e Georgia.

Inoltre, da anni, e col pieno benestare di Washington, agli aiuti del Pentagono si sono aggiunti quelli generosi della Turchia, che hanno portato a quel sostanziale miglioramento delle Forze Armate che ha permesso l’adesione alla Nato. D’altronde, anche ad Ankara fa gola avere un piede nei Balcani, fra quegli Stati se non ostili certo non bendisposti verso i suoi interessi.

E pensare che l’Albania poteva essere una grande occasione per l’Italia: i tre quarti degli albanesi parla italiano, mode e tendenze dipendono dai programmi italiani che tutti seguono; culturalmente, storicamente ed economicamente c’erano tutti i presupposti per essere di casa in un Paese dove le opportunità d’investimento erano tante e la convenienza fiscale maggiore che a Malta.

Ma figurarsi se l’establishment italiano si sia sognato mai di tagliar la strada allo Zio Sam.

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