Iran e guerra ibrida: svelato il fronte nascosto

Le proteste scoppiate nell’ultimo mese nella Repubblica Islamica dell’Iran non sono state un evento interno spontaneo come i media occidentali e israeliani hanno cercato di descriverle, ma sono piuttosto avvenute in un momento attentamente calcolato, coincidente con un’escalation diretta americano-israeliana nella retorica politica e nelle minacce militari ed economiche nei confronti dell’Iran, il che conferma che ciò che è accaduto non è stata solo “rabbia di strada”, ma un tentativo organizzato di trasformare la pressione economica in collasso politico utilizzando diversi meccanismi, tra cui strumenti di guerra psicologica e mediatica.
Con gli Stati Uniti che accennano alla possibilità di riprendere di mira l’Iran, l’economia iraniana è entrata in una fase di estrema pressione, che si riflette nel calo del valore della valuta e nell’impennata dell’inflazione. Questi sono strumenti che non sono mai stati semplici effetti collaterali delle sanzioni, ma piuttosto parte integrante della guerra ibrida imposta a Teheran per anni. Tuttavia, la novità questa volta non è la crisi economica in sé, ma il tentativo di sfruttarla come leva per creare instabilità nella sicurezza interna, aprendo la strada a interventi stranieri o all’imposizione di nuove realtà politiche. Ciò è particolarmente vero se si considera che le “cellule dormienti” attendono il momento opportuno per attivarsi e incitare al caos, rimanendo in uno stato di costante prontezza e anticipazione di tali eventi.
Guerra mediatica e delle menti
Fin dai primi giorni delle proteste, è diventato chiaro che la battaglia non si stava combattendo solo nelle strade, ma anche nelle menti e sugli schermi. Ogni movimento è stato amplificato, vecchi filmati sono stati riciclati e materiale inventato o generato dall’intelligenza artificiale è stato diffuso come parte di una campagna mediatica psicologica volta a creare l’impressione che il governo iraniano fosse sull’orlo del collasso e che la sua caduta fosse solo questione di tempo. Questa non è un’analisi retrospettiva, ma piuttosto una “realtà fantasiosa” confermata dall’intensità della retorica israeliana e americana che coincide con gli sviluppi interni all’Iran – una retorica che non è affatto innocente o spontanea.
In questa battaglia, Israele sta svolgendo il ruolo di comandante sul campo in una guerra psicologica, non di semplice spettatore. Le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, presentate dai media come sostegno alla “libertà del popolo iraniano”, non erano altro che messaggi psicologici accuratamente elaborati: diretti al pubblico iraniano da un lato, e all’élite al potere e all’apparato di sicurezza dall’altro. La ripetuta affermazione del primo ministro israeliano secondo cui “il cambiamento verrà dall’interno” è una tattica ben nota nella letteratura sulla guerra psicologica; nega esteriormente l’intervento militare diretto, ma conferisce legittimità internazionale al caos interno e semina dubbi nelle istituzioni statali.
La sfera digitale
Nella sfera digitale, i resoconti ufficiali israeliani in persiano si sono trasformati in sofisticati strumenti di guerra psicologica, utilizzando simboli e vocaboli iraniani pre-rivoluzione islamica legati a “liberazione”, “oscurità” e “luce”, nel tentativo di ridefinire l’identità iraniana stessa, come se la Repubblica Islamica fosse un’entità aliena che ha dirottato “il vero Iran”. Non si tratta semplicemente di una battaglia di narrazioni, ma di un tentativo di riprogettare la coscienza collettiva iraniana e araba e di separare le nuove generazioni dallo Stato in cui vivono.
Ancora più pericolosa era la ripetuta ipotesi di una falla nell’intelligence iraniana, diffusa attraverso resoconti collegati alle agenzie di sicurezza israeliane e al portavoce dell’esercito israeliano in lingua persiana. Questi gruppi promuovevano l’idea che “non siamo lontani da voi, ma piuttosto presenti con voi sul campo”. Anche se queste affermazioni fossero infondate, il loro effetto psicologico è stato immediato: seminare dubbi tra il popolo iraniano e la sua leadership, indebolendo la fiducia e spingendo le agenzie di sicurezza iraniane in un conflitto interno.
Il ruolo degli Stati Uniti in Iran
Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno gestito il conflitto dietro le quinte, impiegando una strategia di pressione prolungata. Le ambigue dichiarazioni di Donald Trump sull’essere “pronti a intervenire” non erano rivolte solo a Teheran, ma anche all’opinione pubblica iraniana, nel tentativo di convincerla che un ombrello internazionale era pronto nel caso in cui avesse intensificato lo scontro. Anche i media occidentali hanno svolto un ruolo complementare, descrivendo le proteste come una vera e propria rivoluzione, ignorando la natura limitata delle manifestazioni, esagerando le scene di repressione e persino promuovendo narrazioni dubbie come quelle secondo cui la leadership iraniana si preparava alla fuga. Per non parlare dell’annuncio di Elon Musk di libero accesso alla rete Starlink per i “manifestanti iraniani”, una mossa che si allinea con le affermazioni occidentali sulla repressione da parte di Teheran della libertà di espressione dei manifestanti.
Inoltre, gli strumenti di guerra mediatica regionali e globali, in particolare BBC Persian, Arabic, Al Hadath, Iran International e Sky News, sono stati attivi in trasmissioni continue che esagerano i numeri ed evocano il linguaggio della “rivolta” e del “crollo imminente”, nel tentativo di creare uno slancio psicologico che non si basa sulla realtà effettiva del campo.
Ennesimo fallimento in Iran
Nonostante questa mobilitazione senza precedenti, la realtà sul campo rivela l’ennesimo fallimento della guerra psicologica nel raggiungere i suoi obiettivi strategici. Le proteste, nonostante la loro portata geografica, sono rimaste limitate in termini di sostegno popolare attivo e non sono riuscite a paralizzare lo Stato o a spingere settori vitali, come il settore petrolifero ed energetico, alla disobbedienza civile organizzata. Soprattutto, la rabbia economica, per quanto intensa, non si è trasformata in un progetto politico mirato al cambio di regime, rimanendo nel quadro della protesta riformista piuttosto che in una sfida strutturale.
Inoltre, l’intervento straniero palese, anziché accelerare il collasso, ha alienato ampi settori della società iraniana, compresi i gruppi economicamente svantaggiati che sono fedeli e devoti alla Repubblica Islamica e che non vogliono il caos e il ripetersi di scenari di collasso.
Opposizione estera
Per quanto riguarda l’opposizione all’estero, dai Mujaheddin del Popolo a Reza Pahlavi, nonostante i loro sforzi mediatici e le ingenti somme di denaro spese per l’aspetto mediatico, hanno dimostrato ancora una volta il loro profondo distacco dalla società iraniana e la loro incapacità di trasformarsi in un’alternativa convincente o in una vera leadership.
Al contrario, il governo iraniano ha dimostrato una notevole coesione in termini di sicurezza e intelligence attraverso la gestione ponderata delle proteste, il rapido dispiegamento delle forze e lo smantellamento delle reti di istigazione senza ricorrere a una violenza diffusa che avrebbe favorito i suoi avversari. Questa performance, a prescindere dalla posizione politica, ha costituito una grave battuta d’arresto per la campagna esterna che aveva sperato in diffuse crisi della sicurezza per aprire la strada all’internazionalizzazione della crisi e al suo sfruttamento militare.
di Redazione



