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Uccidere per scherzo: vita ed altri valori minori

Hanno 15 e 17 anni i due minori di Monopoli accusati dell’omicidio preterintenzionale di Giuseppe Dibello, 77 anni. Lo hanno spinto per scherzo giù dalla scogliera, per far fare un “bagno fuori stagione” a lui e all’amico suo Gesumino Aversa di anni 75, sopravvissuto. Non si sono recati su quella scogliera con l’intenzione di derubare o di uccidere. Semplicemente non hanno resistito alla tentazione di fare uno scherzetto ai quei due signori che si stavano godendo il sole e la brezza marina di maggio.

omicidio monopoliNon hanno pensato alle conseguenze e nemmeno nelle ore successive hanno dimostrato di rendersi conto di esse. Nessun pentimento ha animato le parole dei due minori e la minimizzazione delle rispettive posizioni, con il quindicenne che accusa il diciassettenne di essere l’autore materiale delle spinte, è tutto ciò che hanno evidenziato le deposizioni raccolte dagli inquirenti. Uno stupido scherzo, una bravata. Nessun movente, nessun senso per un gesto che rappresenta l’ennesimo corollario di una verità tanto triste, quanto conclamata: la vita ed il suo diminuito valore, specie tra i minori.

I fatti di cronaca nera registrano un inquietante incremento del numero di casi che vedono i minori come protagonisti di episodi di violenza, nei confronti di persone di ogni età. Obiettivi possono essere due inermi pensionati, compagni di classe, genitori. Nessuno pare essere immune dalla stolida violenza che anima gli arti di questi giovani esemplari di un’umanità che boccheggia, disorientata spettatrice del suo stesso sfacelo.

Lo stesso uso di alcool e droghe da parte dei giovanissimi sembra essere finalizzato più che altro alla tendenza ad autodistruggersi, senza evidenziare la ricerca del classico piacere da sballo. L’essenza più intima della vita dei minori pare non superare la soglia dell’insofferenza e della noia più nichilista. Un importante carico di responsabilità grava sulla direzione presa dalla società e dalla famiglia in particolare. Un minore che si forma in una realtà in cui tutto pare eticamente superabile, complice la virtualizzazione anche dei più elementari rapporti umani, perde di vista il valore cardine della vita e della sua preservazione.

Viene di fatto disinnescata ogni sanzione morale attraverso un perverso congegno di minimizzazione delle proprie azioni ed attribuzione delle conseguenze a chi si trova a dover subire azioni violente o estremamente lesive della dignità umana.

Un fenomeno come il famigerato Knockout Game, “ideato” qualche anno fa negli Usa e che ha come scopo quello di stendere un passante scelto a caso con un solo violentissimo pugno in faccia, non ha tardato molto ad attecchire e venire emulato dai teenager di tutto il mondo. Quel passante non è una persona, è solo l’obiettivo, un birillo senza personalità che deve essere abbattuto e poi essere esibito con video a larga diffusione.

Birilli, ostacoli, avatar da videogioco. A questo si riduce l’alterità nella percezione dell’adolescente tipo e provoca un sorriso amaro la determinazione con cui una parte delle forze politiche nostrane vuole promuovere l’ammissione al voto dei sedicenni.

Si chiede a gran voce e con motivazioni che non sono del tutto prive di fondamento (a marzo il tasso di disoccupazione dei giovani dai 15 ai 24 anni si è attestata al 34.1%), una chiamata alla responsabile espressione della propria opinione politica ad una fetta di popolazione succube della propria mancanza di prospettive e di meccanismi educativi e familiari i quali sarebbero da riconsiderare ampiamente.

Abbiamo demandato a media e videogiochi il compito di far star buoni i nostri figli. Loro se ne sono stati buoni in un angolino del salotto prima, rinchiusi nella loro cameretta dopo. E li abbiamo persi.

Si sono smarriti in una realtà parallela, nella quale il contatto umano è un fastidioso ostacolo a quello virtuale. Ciò che residua nelle interrelazioni umane adolescenziali è una esasperata voglia di uniformarsi pretendendo al contempo di prevalere. Si manifesta una pretesa continua di avere senza dare, a costo di prevaricare, sopprimere e nei casi estremi sopprimersi nella distorta speranza di condannare chi resta ad un senso di colpa perpetuo.

di Massimo Caruso

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