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Vajont, 50 anni dopo: disgrazia o eccidio?

di Federico Cenci

Cinquant’anni fa, di questi tempi, dalle parti del monte Toc serpeggiava una strana atmosfera d’inquietudine. Era come se il presagio di un disastro si fosse impadronito degli animi degli abitanti. La presenza di quel corpo estraneo al paesaggio del Vajont, d’altronde, quella enorme diga costruita tra tante polemiche qualche anno prima, veniva avvertita come un pericoloso cavallo di Troia apportatore di sciagure per tutta la valle. Una convinzione che quei “testardi montanari”avevano serbato sin da subito, sin dalla presentazione del progetto. Vennero per questo etichettati come retrogradi, egoisti, ignoranti nemici del progresso. Intanto, però, si consumavano trame delle società costruttrici – sistematicamente protette dalla politica – che nascondevano o manomettevano perizie e notizie relative ai rischi.

Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, tutta Italia si accorse che le preoccupazioni di quei “testardi montanari” erano terribilmente concrete. Nel giro di pochi secondi, scivolarono dal monte Toc circa 270milioni di metri cubi di roccia e finirono nell’invaso artificiale sottostante, provocando a sua volta un’enorme onda di acqua e fango. Vennero rasi al suolo interi paesi del fondovalle a confine tra Veneto e Friuli, la conta dei morti raggiunse l’imponente quota di 1917.

Si tratta della più grande calamità provocata dall’uomo in Italia nel dopoguerra. Oggi, a pochi giorni dalla sua ricorrenza, spunta fuori una lettera denuncia, pubblicata da Il Gazzettino di Venezia, che getta nuove ombre su quel mesto episodio. L’autrice è Francesca Chiarelli, figlia del notaio Isidoro Chiarelli, colui che seguì la compravendita di alcuni terreni nei pressi della diga del Vajont. La donna sostiene che il padre avrebbe ascoltato, all’interno del suo studio, alcuni dirigenti della Sade (società proprietaria della diga del Vajont) pianificare una frana pilotata del monte Toc.

«Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera», propose uno di quei dirigenti. «A quell’ora saranno tutti davanti alla tv, e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove a Nove. Le onde saranno alte al massimo 30 metri (arrivarono a 300, ndr), non accadrà niente, e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo». Questa è la conversazione che ha riportato nella sua lettera Francesca Chiarelli, la quale riferisce anche di minacce rivolte a suo padre. «Lei ha un segreto professionale da rispettare, caro notaio, altrimenti se ne pentirà», l’avvertimento rivolto ad Isidoro Chiarelli, morto nel 2004 con la certezza che quella del Vajont non sia stata una disgrazia, bensì un eccidio.

Ora la procura della Repubblica di Belluno ha aperto un’indagine preliminare su questa lettera. La deposizione resa dal notaio Chiarelli nel corso della fase processuale del 1968 e depositata, pare, in uno dei faldoni del processo pressol’archivio di Stato di Belluno, è stata acquisita agli atti. Al momento è prematuro formulare ipotesi, mancano ancora gli elementi per capire se un tribunale riuscirà a dare eco alle parole che da cinquant’anni riecheggiano tra quei montanari sopravvissuti alla tragedia.

Parole che non ha mai smesso di pronunciare lo scrittore ed alpinista Mauro Corona, originario di Erto, paese spazzato via dalla frana. Così oggi commenta il fatalismo sciorinato dagli intellettuali dell’epoca: «Dino Buzzati, sul Corriere della Sera, scrisse che fu come un sasso caduto in un bicchiere. No, caro maestro: quel masso non è caduto, ma l’ha lanciato la mano assassina dell’uomo, inseguendo il profitto a scapito di duemila vite umane».

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