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Un Messico in ripresa ma sempre più vittima del crimine

di Salvo Ardizzone

Il Messico d’oggi è assai diverso dall’immagine folkloristica di Paese sonnacchioso da terzo mondo del passato; da anni conosce ormai uno sviluppo notevole che attrae capitali da tutto il mondo e mano d’opera dall’intero Centro America. Con l’elezione di Enrique Pena Nieto, nel 2012, e le riforme con cui nel 2013 il nuovo Presidente ha rivoluzionato fisco, finanze, mercato del lavoro, industria estrattiva del petrolio (si, il Messico è uno dei più grandi produttori mondiali d’oro nero) e amministrazione statale, la tendenza s’è accentuata. Bassa disoccupazione, debito pubblico moderato, crescita sostenuta, inflazione bassa e sotto controllo, riserve monetarie abbondanti, sembrerebbe un Paese felice e fortunato, ma lo è? Non proprio, anzi, proprio no.

A parte lo sconcio delle diseguaglianze esasperate e di  un generale sfruttamento del lavoro, soprattutto quello non qualificato, con costi ormai inferiori a quelli cinesi, il problema del Messico è costituito dalle organizzazioni criminali. Tutti sappiamo che laggiù esistono i Cartelli della Droga: Los Zetas, Federazione di Sinaloa, Cavalieri Templari, Cartello del Golfo, Cartello di Jalisco sono i più importanti e i loro nomi ricorrono spesso nelle cronache, accanto alle loro imprese sanguinose, ma è difficile comprendere appieno quanto condizionino la vita e le attività di quella Nazione.

La storia dei Cartelli è ormai antica e non è questa la sede per tracciarla; per come li conosciamo adesso si strutturarono alla fine degli anni ’80, allacciando stretti rapporti con quelli colombiani per contrabbandare la cocaina nel mercato Usa. Quando gli Stati Uniti hanno intensificato i controlli nei Caraibi e in Florida, intorno al 2000, la rotta della droga attraverso il Centro America e il Messico divenne pressoché obbligata, tanto che, secondo il Dipartimento di Stato, al momento, è dalla frontiera messicana, 3.185 Km di territorio spesso impervio e desertico, che passa il 95% della cocaina consumata negli Usa (e parliamo del più grande mercato mondiale della droga, con un giro d’affari di montagne di Mld di $ all’anno).

Con un simile fiume di denaro in ballo, le organizzazioni criminali si sono strutturate come autentici network per il controllo del territorio, finalizzato a permettere il passaggio dei carichi fino alla frontiera a Nord, fino dentro gli Stati Uniti. Porti, aeroporti secondari, piste improvvisate, linee di comunicazione, valichi e passaggi sul lungo confine, tutti sono soggetti a questi gruppi che negli anni si sono affrontati per il loro possesso. E si tratta di autentici conflitti che alle volte vedono impegnati centinaia di miliziani dotati di armi d’ogni genere, che lasciano sul terreno cadaveri a diecine (per capirci, la guerra della droga ha mietuto assai più vittime e in molto meno tempo del conflitto afghano). 

Ma il dominio sul territorio ha portato le organizzazioni criminali ad “espandere” i loro interessi: rapimenti, taglieggiamenti d’ogni genere, racket della prostituzione, traffici di clandestini, contrabbando d’armi dagli Usa (dove possono essere acquistate a piacimento), insomma, ogni tipo di crimine che possa fare soldi sfruttando il territorio controllato.

Per molti anni lo Stato ha fatto assai poco, e questo per molte ragioni: intanto quegli autentici Stati paralleli avevano (e hanno) una tale quantità di denaro da potersi permettere di corrompere tranquillamente Polizia, Magistratura ed anche l’Esercito (la Dea statunitense si fida solo di alcuni reparti della Marina messicana – i Fanti di Marina – per compiere le operazioni più delicate); inoltre, quegli eserciti privati hanno una tale forza e capacità d’intimidazione che sono assai pochi a volersi opporre; infine, soldi, capacità di condizionamento e ricatto hanno toccato molti politici e molti amministratori. Certo, non è mancato chi non ha ceduto, ma gli alcande (i sindaci) uccisi si contano a diecine, e ancor di più i poliziotti e i magistrati che non hanno voluto chinare la testa. 

Questa situazione ha generato un ulteriore fenomeno, quello delle milizie, gruppi di cittadini che stanchi dello strapotere di quelle bande sanguinarie, in assenza d’una risposta credibile dello Stato hanno deciso d’organizzarsi. Ne sono nate vere battaglie che alle volte durano a lungo, come quella che a inizio d’anno, nello stato di Michoacan (a meno di 200 Km dalla capitale), ha opposto una milizia di autodifesa alle bande dei Templari; dopo tre giorni d’inferno ha vinto la milizia, e solo dopo, finalmente, sono intervenuti Esercito e Polizia.

La situazione, in vaste zone, ha superato di molto il livello di guardia, e questo comincia a incidere in maniera sensibile non solo sull’immagine del Paese (la presenza dei Cartelli è storia vecchia) quanto sullo sviluppo delle attività economiche e sull’afflusso di investimenti dall’estero. È per questa ragione che Pena Nieto, dopo aver minimizzato a lungo la situazione, ora ha lanciato una campagna contro la corruzione (estremamente diffusa) e le organizzazioni criminali.  

È ovvio che non può sperare di eliminarle, sono troppo radicate e coinvolgono troppi interessi a tutti i livelli, ma potrà arginare le loro azioni, almeno quelle più eclatanti e sanguinose. La scommessa è in corso e numerosi capi e latitanti di primo piano dei cartelli sono stati arrestati; per ora i boss presi sono stati sostituiti e le organizzazioni messe in difficoltà hanno visto i loro territori presi dalle altre, mentre massacri, decapitazioni e violenze continuano a terrorizzare la popolazione. 

Ci sono troppi dollari in gioco e, nel migliore dei casi, occorrerà tempo e sangue, e soprattutto molta volontà, per assestare colpi decisivi a quel cancro.  

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