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Turchia e Israele tra scambi commerciali e retorica

I rapporti tra Turchia e Israele rappresentano uno dei dossier più complessi e ambigui della storia del Medio Oriente moderno, dove calcoli ideologici si intrecciano con il pragmatismo degli interessi e la retorica religiosa e nazionalista si fonde con la logica geopolitica ed economica. Da quando il Comitato di Unione e Progresso e i Giovani Turchi abolirono il Califfato islamico ottomano nel 1923, e la Turchia intraprese un sistematico percorso di occidentalizzazione che ne rimodellò l’identità, il suo rapporto con l’entità sionista iniziò a delinearsi lontano dagli occhi del pubblico, fino a quando lo stesso Ben-Gurion lo descrisse come “un’amante senza matrimonio pubblico“, prima che le sue dimensioni venissero gradualmente rivelate con la Conferenza di Madrid del 1991.

Nonostante il susseguirsi di governi turchi, oscillanti tra un rigoroso secolarismo e una crescente onda di politica islamica, questa relazione ha continuato a rafforzarsi in termini di cooperazione in ambito di sicurezza, militare ed economico, persino nel pieno della retorica anti-israeliana adottata da alcuni leader turchi. Ciò solleva un interrogativo fondamentale tra il discorso politico dichiarato e la pratica effettiva sul campo. Con la regione travolta dalla guerra sionista-americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran, e con il conseguente crollo dei vecchi progetti di contenimento e la ridefinizione delle sfere d’influenza, Turchia e Israele si trovano ad affrontare una nuova sfida: competere per il ruolo di “Stato centrale” in un Medio Oriente in trasformazione.

Proviamo a esaminare le radici storiche di questa relazione, a partire dal riconoscimento di Israele da parte della Turchia nel 1949 e dalla sua adesione alla Nato nel 1952. Dal partito di Menderes al Partito del Benessere di Erbakan, fino al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan, la relazione con Israele è rimasta continua e in crescita, indipendentemente dall’orientamento ideologico dei governi che si sono succeduti, con decine di accordi militari e di intelligence firmati durante gli anni ’90.

Turchia e la questione palestinese

La questione di Gerusalemme e della Palestina è gradualmente diventata uno strumento utilizzato dalla Turchia per migliorare la propria immagine nel mondo islamico. Questo tema viene ulteriormente approfondito nel contesto di importanti crisi diplomatiche, come l’incidente della Mavi Marmara nel 2010, mentre le efficaci relazioni economiche e commerciali continuano a svilupparsi dietro la dura e ipocrita retorica politica.

Il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi è rimasto elevato anche dopo il 7 ottobre 2023, nonostante le dichiarazioni ostili della Turchia nei confronti di Israele. Rapporti delle Nazioni Unite descrivono la Turchia come complice del “genocidio” attraverso le continue esportazioni e gli scambi commerciali condotti tramite Grecia e Palestina. Lo studio affronta anche l’esportazione di munizioni turche verso Israele nel 2026 tramite aziende americane, nonostante il conflitto in corso con l’Iran.

Resta centrale il nuovo conflitto geostrategico tra i due Paesi riguardo allo status di “Stato centrale” in Medio Oriente dopo la caduta del regime di Assad e il conseguente cambiamento degli equilibri di potere a seguito di una potenziale guerra con l’Iran nel 2016. Israele cerca di escludere la Turchia dalle risorse del Mediterraneo attraverso progetti come l’EastMed Gas Forum e il gasdotto EastMed, mentre la Turchia sfrutta la sua posizione geografica e il progetto del corridoio economico terrestre IMEC attraverso la Siria come leva economica e strategico. Da escludere, nonostante le minacce farsa di Erdogan, un confronto militare diretto tra i due Paesi, dati l’appartenenza della Turchia alla Nato e la sua alleanza con Washington. Il conflitto rimarrà nell’ambito della competizione economica e propagandistica, evidenziando la Siria come arena chiave per determinare il futuro equilibrio di potere tra Ankara e Tel Aviv.

di Redazione

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