Aipac, Trump e Netanyahu non partecipano alla grande convention

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Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, non erano presenti domenica alla conferenza annuale dell’Aipac (American Israel Public Affaire Committee), la più importante lobby filoisraeliana degli Stati Uniti, nella sua prima riunione dopo l’elezione del presidente repubblicano. La loro assenza ha indicato il momento di fluidità e di non trasparenza nei rapporti tra la Casa Bianca e il Governo di Israele.

TrumpIl leader del Likud ha però parlato via satellite il lunedì mattina ai 18mila partecipanti radunati da Aipac, mentre Trump ha inviato domenica sera il vicepresidente Mike Pince, e lunedì l’ambasciatore degli Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, a parlare al posto suo al potente gruppo di pressione.

La grande convention è stata così privata dei festeggiamenti per i due ospiti di base, contrariamente a quanto avvenuto  il 4 maggio 2009, quando ancor prima dell’incontro alla Casa Bianca, il primo ministro di Israele Netanyahu aveva incontrato per la prima volta il neo presidente democratico Obama proprio alla conferenza annuale dell’Aipac, segno di quanto fossero stretti i legami  tra la presidenza americana, Israele e l’Aipac, la più potente lobby di Washington, “quella che distorce le politiche americane in senso pro-israeliano, anche intimidendo (se occorre) gli eletti dal popolo”.

Allora nel loro primo incontro alla Casa Bianca il 18 maggio 2009, Obama aveva chiesto un congelamento delle costruzioni negli insediamenti con maggior forza dei suoi predecessori, confermando il proprio sostegno alla visione dei due Stati, israeliano e palestinese, che vivessero pacificamente l’uno accanto all’altro, in piena sintonia con quanto auspicato da Benedetto XVI nel suo precedente viaggio in Terra Santa. Il premier israeliano si era detto comunque disponibile a riprendere immediatamente il dialogo con l’Olp “a patto che questi avessero riconosciuto il diritto di Israele di esistere in quanto Stato ebraico”. All’Aipac, in un discorso teletrasmesso, il leader del Likud aveva parlato di un nuovo metodo, comprensivo di “tre strade verso la pace”: quella politica, quella della sicurezza e quella economica.

A distanza di otto anni l’Aipac non ha potuto festeggiato i due ospiti di base. Eppure ci sarebbe stato molto da festeggiare, anche in loro assenza. In primis per chi è preoccupato per il  presidente repubblicano che ha nominato come suo stratega Steve Bannon antisemita ed amico del razzista bianco David Duke, vada a leggere l’articolo della Jewish Telegraphic Agency (Jta) dal titolo “Incontriamo gli ebrei nella cerchia interna di Trump”. Ne conosceremo nel tempo nomi, profili e importanza.

C’è poi la questione degli insediamenti illegali. L’amministrazione Trump sta premendo il regime israeliano per fermare la costruzione degli insediamenti illegali nella West Bank occupata,  ma Netanyahu si rifiuta di fermare l’attività di insediamento. E Netanyahu, che ha parlato lunedì via satellite alla folla raccolta dall’Aipac, ha evitato ogni riferimento alla questione degli insediamenti illegali, che Trump aveva sollevato nel loro primo incontro il mese scorso, dicendo che  la rapida crescita degli insediamenti era un ostacolo nel raggiungimento di un accordo tra israeliani e palestinesi.

Quanto ai finanziamenti Netanyahu può stare tranquillo perché il bilancio degli Stati Uniti “lascia aiuti militari a Israele pienamente finanziati”. In più, l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Nikki Haley, nel suo discorso all’Aipac sulla politica americana ha promesso che non avrebbe permesso una ripetizione di una risoluzione come quella approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel dicembre dello scorso anno, quando l’amministrazione Obama scelse di non esercitare il diritto di veto degli Stati Uniti, increspando ancora di più i rapporti con il presidente Obama.

Inoltre parlando all’Aipac, di fronte alle centinaia di delegati, tra i quali non pochi coloni israeliani, il vice presidente americano Mike Pence domenica sera ha affermato che Trump stava considerando seriamente la possibilità di trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, proprio come aveva annunciato durante la campagna elettorale.

Infine da rimandare per ora la questione sull’Iran, che Netanyahu vuole discutere con Trump sui modi e sui mezzi, visto che la nuova amministrazione statunitense deve ancora formulare la sua politica sulla Repubblica islamica.

Non ha quindi motivo di festeggiare l’Aipac anche in assenza dei due ospiti base? Per la fine dell’illusione dei due Stati in Israele, per il continuo processo di giudaizzazione in corso a Gerusalemme, per la morte della via negoziale per la Palestina, per l’appoggio incondizionato all’amico democratico Israele da parte della nuova presidenza repubblicana degli Usa?

Che cosa resta ai palestinesi se non la liberazione della Palestina, annunciata da Hassan Nasrallah il 16 febbraio 2017 in occasione dell’annuale commemorazione dei dirigenti martiri.

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