Trattative segrete in Libia, tra spartizioni e riposizionamenti

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di Salvo Ardizzone

Mentre le milizie di Misurata, venuta ormai meno l’esigenza di mantenere in vita l’Isis come spauracchio, stanno smantellando il “califfato” in Libia, fra i principali protagonisti e le potenze straniere che li sostengono c’è uno stallo di facciata che nasconde febbrili trattative.

Secondo diversi organi della stampa araba (al-Arabi al-Jadid, Akhbar Libiya, al-Arabiya) che hanno raccolto molteplici indiscrezioni concordanti, a giugno l’Italia ha organizzato con successo incontri segreti a Tunisi fra i rappresentanti dell’ovest e dell’est del Paese. Il primo dei risultati concreti, e nella sostanza fra i più importanti, è stato l’assenso della società nazionale petrolifera, la National Oil Corporation (Noc) che ha sede a Tripoli, a fondersi con la società omologa che fa capo al governo di Tobruk. Uno sviluppo fondamentale per dare una cornice legale internazionale alle vendite di petrolio e gas da parte dei sostenitori di quella fazione (Egitto, Emirati, Francia e adesso anche la Russia).

Secondo le indiscrezioni, il piano italiano prevede un’amnistia generale e un piano per la ricostruzione graduale delle istituzioni in cinque anni.

Che le cose siano in movimento è testimoniato anche dalle improvvise dimissioni polemiche di quattro ministri di peso dal governo Serraj, fatto che dimostra come malgrado la cosiddetta copertura dell’Onu e dei Governi occidentali, nei fatti tutti i giochi siano ancora aperti per giungere a un compromesso fra Tripoli e Tobruk.

Il rimescolamento delle carte avvenuto negli ultimi mesi, che s’inquadra in quello più vasto in corso nel Medio Oriente, ha visto saldarsi gli interessi di Egitto ed Emirati (a cui s’erano già aggiunti i Francesi) con quelli di Mosca, impegnata a riprendere in mano le fila dell’intera trama mediorientale e adesso anche nordafricana.

Ne è testimonianza il crescente peso che sta assumendo Khalifa Haftar; un uomo d’assai dubbia affidabilità che ha rifiutato di riconoscere il governo Serraj, prima generale di Gheddafi, poi suo oppositore, ospite della Cia nel suo lungo esilio negli Usa, infine discusso capo di una milizia pomposamente battezzata “Esercito Libico”; malgrado ciò (o forse proprio per i suoi precedenti) ha riscosso l’appoggio di Al-Sisi divenendo il suo uomo. Di fatto controlla il cosiddetto parlamento di Tobruk ed ora viene ricevuto a Washington e a Mosca, che puntano su di lui come uomo forte.

Un personaggio discutibilissimo, ma di cui, grazie alle protezioni di cui gode, non si può ormai prescindere per la stabilizzazione della Libia, malgrado sia assolutamente inviso alle fazioni islamiste, di conseguenza alla Fratellanza Musulmana ed al Qatar e Turchia che la sostengono. Opposizione destinata ad attenuarsi, soprattutto quella della Turchia, alla luce dei precipitosi riposizionamenti di alleanza in corso nell’area.

Con tutta probabilità, ciò che si delinea dietro la facciata formale dell’unità nazionale è una spartizione di fatto delle aree di influenza; spartizione garantita da un accordo sostanziale delle potenze straniere sponsor delle varie fazioni, ridotte, semplificando, a due fronti principali, seppur frastagliati, che si dividono fra Tripoli e Tobruk. Tutte le altre milizie secondarie verranno cooptate o stroncate.

Ovviamente, del Popolo libico ridotto allo stremo da guerre importate, disordini sanguinosi, miseria, delinquenza e dalla distruzione completa dello Stato e dalle sue infrastrutture, a nessuno importa.

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