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Tra le montagne yemenite sta crollando il regno saudita

di Salvo Ardizzone

Dal 26 marzo il più povero dei Paesi arabi è bombardato, invaso, la sua popolazione massacrata e preda di una emergenza umanitaria catastrofica (la definizione è della Croce Rossa), senza che i media lo degnino della minima attenzione, o che la diplomazia internazionale faccia qualcosa al di là delle solite ipocrite dichiarazioni.

Il motivo è che in Yemen l’Arabia Saudita (col pieno avallo di Washington) ha deciso di giocarsi il tutto per tutto; in ballo non c’è semplicemente la restaurazione dell’ex presidente Hadi (suo fedele vassallo), c’è il suo ruolo di potenza regionale e con esso il potere che ha esercitato in tutta l’area. Per questo, con montagne di petrodollari, ha montato una coalizione internazionale ed ha scatenato una selvaggia aggressione nel sostanziale “disinteresse” (leggi: collusione) dell’Onu e delle cancellerie di quasi tutto il mondo.

Come si sa, i quotidiani bombardamenti terroristici dell’Operazione Decisive Storm, divenuta poi Restore Hope (tutt’ora in corso), non hanno piegato il Popolo yemenita malgrado gli ormai 7mila morti, decine di migliaia di feriti, immani distruzioni e un blocco che sta privando la popolazione dell’indispensabile. Per questo a luglio Riyadh è stata costretta a lanciare l’offensiva di terra (Operazione Golden Arrow), per tentare di risolvere di forza la situazione.

Da allora è stato un susseguirsi di scontri sanguinosi, su cui il potere mediatico di Washington ha calato un vergognoso velo di silenzio, tenendo l’opinione pubblica all’oscuro del martirio di un Paese.

Il cuore della Resistenza è a Occidente, nelle aree controllate dal Movimento Houthi, dall’Esercito e dai comitati popolari che li affiancano; si oppongono a quattro tentativi di invasione: quello che da Ma’rib (nel centro del Paese) punta ad ovest, su San’a, la Capitale; quello che da Dhuab, sul Mar Rosso, punta a nordest, verso Taiz; quello che da Aden va verso nord; infine quello che da nord, dalla regione saudita dello Jazan, punta alle roccaforti Houthi di Sa’dah e dello Jawf.

È un attacco concentrico che vede impegnati mercenari sostenitori di Hadi equipaggiati pesantemente dal Golfo, bande qaediste a servizio dei sauditi e diversi corpi di spedizione meccanizzati, con blindati, carri pesanti e artiglierie, sotto la continua copertura dell’aviazione. Sul campo ci sono circa 4mila sauditi, 2mila emiratini, 1.500 qatarioti, 800 egiziani, 700 dal Bahrein, 2.200 senegalesi e, ultimi arrivati, 750 sudanesi, i primi d’un contingente di 6mila uomini che potrà arrivare fino a 10mila. A questi sta per aggiungersi un contingente della Mauritania di circa 700 elementi.

Nel frattempo, le bande qaediste di Aqap, distrutte da Ansarullah nella parte occidentale del Paese, stanno proliferando nell’est spingendosi fino al mare: il porto di Mukallah, uno dei tre più importanti, è divenuto il quartier generale del gruppo, ed altri capoluoghi sono caduti nelle mani dei terroristi, che agiscono di conserva alle operazioni della coalizione in quanto da sempre pedine foraggiate da Riyadh.

Riyadh, cosciente della scarsa qualità delle proprie Forze Armate, contava di far svolgere il “lavoro sul campo” agli Eserciti di Pakistan ed Egitto, ma il primo s’è subito defilato e il secondo, dopo molte promesse, ha inviato un contingente limitato. Di qui le pressioni (e le elargizioni a sostegno di un’economia a rotoli dopo la cessione dei propri campi petroliferi al Sud Sudan) su Khartoum perché mettesse in campo un numero sufficiente di uomini. Con le stesse motivazioni si sono fatti avanti il Senegal e, addirittura, la Mauritania che di quegli uomini avrebbe un disperato bisogno per difendere il proprio territorio dalle bande di predoni qaedisti.

Come questa babele di contingenti, con procedure, armamenti ed equipaggiamenti diversi, possa sperare di operare congiuntamente su un territorio aspro, completamente ostile e difeso da un avversario abile e determinato a proteggere il proprio Paese, è un’assurdità partorita dalla follia di casa Saud, abituata a poter comprare sempre ciò che vuole.

Ma la realtà è diversa: le colonne corazzate degli invasori stanno incontrando una resistenza durissima condotta da chi conosce a perfezione il territorio, con decine di blindati e carri pesanti distrutti da attacchi improvvisi che causano perdite a centinaia. In cielo diversi elicotteri sono stati abbattuti (e molti più distrutti a terra nelle basi) e con loro addirittura alcuni jet.

Anche sul mare, negli stretti strategici di Bab el-Mandeb, che la coalizione sosteneva di controllare, tre unità da guerra saudite sono state distrutte da attacchi missilistici, e non è tutto. Non solo le basi avanzate degli invasori sono oggetto di continui attacchi (a Ma’rib i morti, con buona pace degli annunci ufficiali, sono stati centinaia oltre alle ingentissime perdite di mezzi e materiali), ma anche tutte le caserme, gli aeroporti (ad Asir, una base dell’aviazione saudita, è stata un’ecatombe di F-16, elicotteri Apache e soldati) e le basi nelle vicinanze del confine sono costantemente martellate.

Il fatto che gli Scud e gli Scarab yemeniti siano considerati un pericolo mortale, è testimoniato dal fiorire di batterie di Patriot antimissile (graziosamente concesse dagli Usa) attorno a tutti i bersagli più “paganti”.

Il numero complessivo delle perdite degli invasori è tenuto gelosamente nascosto e il flusso dei rincalzi continuo, ma se si considera solo che ogni blindato porta da 7 a 11 elementi e che ne sono stati distrutti un’infinità, il conto è presto fatto. In ogni caso, non sarà certo questo a scoraggiare Governi per cui l’opinione pubblica conta zero e gli eserciti sono carne da macello da sacrificare per il proprio utile.

Malgrado mesi di sforzi e un impegno sempre più massiccio (e terribilmente costoso), gli invasori non stanno riuscendo a progredire sul terreno e gli stessi confini sauditi sono sistematicamente violati dai combattenti Houthi. Per tutta risposta, la coalizione scatena attacchi aerei sempre più bestiali contro una popolazione martoriata ma che non intende arrendersi e si stringe nella Resistenza.

Sarà purtroppo una guerra destinata a durare, costellata da massacri totalmente ignorati da una comunità internazionale collusa se non complice. Ma una guerra che sta già minando non solo la credibilità di Riyadh, ma il suo stesso potere, sia all’interno della famiglia reale (sono sempre più numerosi i dissidenti dalle scriteriate decisioni del clan Sudairi, attualmente al comando), sia all’interno della società saudita, con un movimento di Resistenza che sta sorgendo fra le frange discriminate della popolazione del sudovest del Paese.

Occorrerà tempo e purtroppo molto sangue, ma fra le montagne dello Yemen i Saud stanno vedendo svanire il proprio potere.

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