Summit di Doha, la Russia aumenta il suo peso politico in Medio Oriente

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di Salvo Ardizzone

Martedì a Doha, in Qatar, Russia e Arabia Saudita hanno sancito un accordo preliminare per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio, sottoscritto anche dal Paese ospitante e dal Venezuela. Erano 15 anni che Riyadh rifiutava di discutere con Paesi produttori non Opec, il cartello che ha manovrato a piacimento per i propri interessi.

Intendiamoci, quella siglata è solo un’intesa iniziale che dovrà essere sottoposta a Iraq e Iran, gli altri due Paesi di peso che hanno interessi opposti ai sauditi (e infatti l’effetto sui prezzi è stato modesto), ma è comunque la prima volta che Riyadh dà segni concreti di rivedere la sua politica petrolifera.

È accaduto che la Russia, forte dell’influenza acquistata in Medio Oriente, e grazie al fatto di non aver compromesso i rapporti con le petromonarchie del Golfo malgrado le forti contrapposizioni, sta usando la diplomazia (e gli interessi economici) per sostenere il proprio Sistema Paese e frantumare il fronte dei sostenitori di “ribelli” ed Isis, lasciando la Turchia sempre più sola ed isolata.

La guerra petrolifera scatenata dai sauditi ha messo in gravi difficoltà i produttori dello shale oil americano (si calcola che almeno un terzo dei produttori Usa indipendenti falliranno entro il 2016), ed ha colpito duramente sia la Russia che gli altri Paesi produttori, ma non solo non ha conseguito alcuno degli obiettivi previsti, ma si è rivelata insostenibile anche per Riyadh, stretta fra le casse inaridite e le spese crescenti di una casa reale insaziabile e delle fallimentari avventure in Yemen, in Siria e nel resto del mondo.

Resta il fatto che Iraq e Iran difficilmente limiteranno le proprie produzioni: per pagare le spese della guerra e ricostruire il Paese devastato, Baghdad ha spinto le estrazioni alla quota record di 4,35 milioni di barili/giorno; l’Iran, dal canto suo, liberatosi dalle sanzioni, intende riappropriarsi della quota di mercato che aveva prima e che è stata occupata dagli altri produttori, per questo è assai improbabile che rinunci al progetto già a pieno regime di incrementare la produzione di un milione di b/g entro il 2016 e di un altro nel 2017.

Trovare un accordo sarà assai difficile, ma già aver portato al tavolo chi pensava di poter dare le carte a piacimento sul petrolio per Mosca è un successo di prima grandezza. Un fatto che implica almeno due cose destinate a incidere sugli equilibri mediorientali: per scendere a patti, i sauditi si trovano ormai con l’acqua alla gola e pur di salvare ciò che per essi è più importante, il denaro, sono disponibili a rivedere le loro politiche. Secondo: chi resta tagliato fuori da questi accordi è Erdogan, che non ha nulla da offrire in questo gioco.

Riassumendo le conseguenze del summit di Doha, la Russia aumenta ancora il suo peso politico in Medio Oriente e, attraverso l’accordo, pur non facendo parte dell’Opec diviene attore globale di riferimento nella fissazione dei prezzi del greggio; un risultato enorme che si riflette a cascata sui prezzi del gas, storicamente agganciati al petrolio, le due materie prime vitali per l’economia russa.

Riyadh ridimensiona i sogni dei Sudairi (il clan ad oggi dominante), scendendo a patti con Mosca e prendendo atto della realtà all’interno e all’esterno del Regno. Scegliendo Mosca come interlocutore, la riconosce anche come mediatrice con l’Iran di cui ha ormai preso atto dell’irresistibile ascesa e vuole Putin come moderatore.

Gli Usa sono sempre più assenti dalla scena e sempre più ininfluenti nelle dinamiche dell’area che finiscono sistematicamente per subire, impegnati in una politica inconcludente quanto inefficace capace solo di scontentare tutti.

Come detto, chi resta col cerino in mano è la Turchia, per questo sempre più nervosa, auto relegatasi in una posizione politica e militare semplicemente insostenibile. I prossimi giorni diranno se la sua dirigenza (leggi Erdogan) prenderà atto del suo colossale fallimento, o tenterà un ennesimo rilancio che potrà solo aggravare la sconfitta totale che è già nei fatti.

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