Sulla mia Pelle, il film su Stefano Cucchi

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Il film su Stefano Cucchi dal titolo “Sulla mia Pelle”, è stato applaudito per sette minuti al recente Festival di Venezia dove veniva presentato fuori concorso, con un Alessandro Borghi da oscar se fossimo in America. Il film inizia con Stefano che viene fermato per un normale controllo mentre si trova in macchina con un amico; i carabinieri gli trovano addosso dell’hashish, lo portano in caserma, da lì lo portano a casa dei genitori per una perquisizione dove non viene trovato nulla. Riportato nuovamente in caserma, Stefano viene accompagnato da tre carabinieri nella stanza delle foto segnalazioni, l’immagine si chiude. Quello che riappare dopo è il volto tumefatto di Cucchi ed è l’inizio del suo calvario.

stefano-cucchiQuello che inizia dopo questa parte è un film dove a farla da padrone sono il sentimento di rabbia, di angoscia, di impotenza, di disumanizzazione. Cucchi è de-umanizzato agli occhi dei carabinieri che lo hanno pestato, lo è per quello che dovrebbe essere il suo avvocato difensore, lo è per il giudice che non pone nessuna domanda sul perché avesse il viso tumefatto, così come nessuna domanda la pone l’avvocato che lo dovrebbe difendere. Stefano Cucchi è una pratica burocratica da sbrigare, non è più un essere umano.

Gli unici e blandi gesti che riportano nella storia una parvenza di umanità sono quelli compiuti dagli agenti della polizia penitenziaria che si muovono non appena si rendono conto delle condizioni nella quale versa Stefano Cucchi. Il film non è mai volgare, ma rigoroso e con un impegno morale ben chiaro, non vi sono gesti di violenza e anche la figura di Cucchi è descritta in modo chiaro senza farne un santo, anche perché Stefano era un ragazzo normale che come tutti aveva le sue linee d’ombra e le sue problematiche.

Il film pone delle domande: perché Stefano si è sempre rifiutato di raccontare cosa successe nella caserma dei carabinieri? Perché una volta ricoverato rifiutò l’alimentazione? Le uniche volte Cucchi racconta dell’accaduto lo fa o con chi si trova nelle sue stesse condizioni di fermato, che non può aiutarlo, o con un’infermiera che non appena ascolta la dichiarazione di Stefano gli chiede di ripeterla dinnanzi ad un agente della polizia penitenziaria cosa che Cucchi si rifiuta di fare.

In tutto questo, Stefano è da solo dentro quella gabbia dove troverà la morte e dove a nessuno era permesso avvicinare. Ci hanno provato i genitori di Stefano Cucchi ad avvicinarsi, a dargli un segno della loro presenza per dargli un po’ di conforto, ma ogni volta come nel famoso muro di gomma rimbalzavano indietro, maltrattati da funzionari che si fanno giganti del loro ruolo.

La famiglia Cucchi non vedrà più Stefano vivo, l’ultima volta sarà il padre a vederlo claudicante e sofferente all’uscita dell’aula del tribunale che fissa la data del processo. La famiglia Cucchi verrà malamente ricacciata indietro ogni volta tenterà di rivedere Stefano, ed il metodo utilizzato dalle autorità è tanto meschino quanto implacabile nella sua applicazione; manca sempre un qualcosa che sia un’autorizzazione, un foglio con una qualche sigla; queste saranno le giustificazioni addotte alla famiglia Cucchi e mai come in questa occasione è lecito citare Balzac, quando affermava che la burocrazia è un gigantesco meccanismo azionato da pigmei.

La signora Cucchi apprenderà della morte del figlio da un maresciallo dei carabinieri che gli notificherà a casa la notizia della morte del figlio, e sino alla fine la burocrazia cercherà di ostacolare i Cucchi nel riconoscimento del figlio. Il film si chiude con la vera voce di Stefano Cucchi registrata durante le dichiarazioni in tribunale, ed è questa l’ultima testimonianza in vita del giovane.

Ciò che è successo a Stefano Cucchi può accadere ad ognuno di noi, basta essere nel posto sbagliato al momento sbagliato e trovarsi davanti un Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, i tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale. Stefano Cucchi è solo un altro nome nella lunga lista degli omicidi di Stato.

di Sebastiano Lo Monaco

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