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Suicidi, stupri, alcol e droga. Il lato oscuro dell’esercito americano

di Cristina Amoroso

Chi non conosce Michael Moore e i suoi controversi documentari?

Da Fahrenheit 9/11,  incentrato sui presunti legami tra la famiglia Bush, la famiglia reale saudita e la famiglia Bin Laden, sulla guerra al terrorismo e le sue strumentalizzazioni: il clima di paura e la restrizione dei diritti civili negli Stati Uniti, e la guerra in Iraq. Era un durissimo attacco all’amministrazione Bush, che, però,  la giuria presieduta dal regista Quentin Tarantino ha premiato con il massimo riconoscimento, la Palma d’oro?

A Sicko, dove affronta un altro tema cruciale, il diritto alla salute, mostrando i gravi problemi e le colpevoli distorsioni del sistema sanitario degli Stati Uniti, completamente in mano alle società private di assicurazione medica, mettendolo a confronto con vari sistemi sanitari a livello mondiale? A Capitalism: a love story, incentrato sulla crisi economica mondiale?

Ora dal suo blog il discusso regista americano provoca gli Americani: “Smettetela di dire “Io supporto le truppe americane”, perché suona falso quello che dite”, “Questi giovani uomini e donne si iscrivono a rischiare la propria vita per proteggere noi  e questo è ciò che ottengono in cambio: Vengono mandati in guerre che non hanno nulla a che fare con la difesa dell’America o a salvare le nostre vite. Sono usati come pedine in modo che il complesso militare-industriale possa fare miliardi di dollari e i ricchi di questo paese possano espandere il loro impero… L’unico modo di  sostenere le truppe non è dirlo ma farle uscire dai buchi dove vengono mandati.

Mentre i banchieri che dicono “Io sostengo le truppe”, si impadroniscono delle case di questi soldati e sfrattano le loro famiglie, mentre sono all’estero, chi ha dato loro supporto? Quanti di coloro che dicono: “Io supporto le truppe” sono mai entrati in un ospedale VA (ospedale per Veterani)?…

Chi tra di voi grandi “sostenitori delle truppe” entusiasti possono dirmi il numero approssimativo di donne che sono state violentata durante il servizio militare? Risposta: 19.000 (per lo più) le truppe femminili vengono violentate o aggredite sessualmente ogni anno dai compagni di truppe americane…

Quanti di coloro che dicono: “Io supporto le truppe” hanno mai aiutato un veterano senza casa oggi?  La scorsa settimana? Lo scorso anno? Mai? Il numero di veterani senzatetto è sconcertante – in una qualsiasi notte, almeno 60.000 veterani di ritorno dall’Iraq o dall’Afghanistan dormono per le strade del paese, che con orgoglio “supporta le truppe.”

Con tutto il supporto ora ci sono più soldati che si suicidano che soldati uccisi in combattimento (323 suicidi nel 2012 a novembre contro circa 210 morti in combattimento). Sì, i militari hanno maggiori probabilità di morire da soli di propria mano negli Stati Uniti che uccisi da Al Qaeda o dai  talebani. E circa diciotto veterani si suicidano ogni giorno,  uno su cinque di tutti i suicidi negli Stati Uniti – anche se nessuno conosce  veramente il numero perché non ci preoccupiamo di tenerne traccia. …

Ma questa  è solo la voce di quel regista americano “ciccione” di Michael Moore che ama stupire la gente con le sue trovate esilaranti, le inchieste serie dicono ben altro!

Lo studio choc di Glauco Maggi da La Stampa ci comunica che è la depressione il vero nemico delle truppe americane. “Ne uccide più la depressione, che li spinge al suicidio, che non i nemici sul campo di battaglia. Le statistiche dei morti tra i militari americani in servizio mostrano per il 2010, ed è il secondo anno di fila, che il numero dei soldati che si sono tolti la vita è più alto di quelli caduti in guerra in Iraq e in Afghanistan, 468 contro 462. E secondo il giornalista del New York Times Nicholas Kristof, “per ogni soldato ammazzato sul campo di battaglia quest’anno, circa 25 veterani stanno cercando la morte con le proprie mani”. Dall’inizio della missione a Baghdad, nel 2003, il tasso dei suicidi nelle forze armate americane è continuato a salire, secondo un recente studio del Comando per la Salute dell’esercito Usa che ha rilevato un incremento dell’80% dei suicidi nel personale in divisa tra il 2004 e il 2008. In parallelo sono cresciuti anche i tassi di depressione, ansietà e altre malattie mentali. Per Kristof “un soldato americano muore ogni giorno e mezzo, in Irak o in Afghanistan, e i veterani si suicidano ad un tasso di uno ogni 80 minuti. Ci sono ogni anno circa 6500 veterani che si tolgono la vita, e sono più del numero totale di militari uccisi mentre erano in missione in Iraq o in Afghanistan fin dall’inizio delle due guerre”.

Un altro studio citato da Kristof, a cura del The American Journal of Public Health, ha messo in luce che “dopo il loro terzo o quarto turno di missione in una delle due guerre più di un quarto dei soldati ha avuto qualche forma di disturbo mentale”. Aver vestito la divisa, secondo i ricercatori, raddoppia all’incirca il rischio di suicidio. “E per i giovani da 17 a 24 anni l’essere un veterano quadruplica il rischio di ammazzarsi”.

Per il Pentagono, i soldati che sono stati diagnosticati in preda a una grave depressione hanno l’11% delle probabilità in più di commettere un suicidio, che si attenua al 10% in più per coloro che soffrono di ansietà. A riprova, più del 25% dei soldati che si sono uccisi erano stati sotto cura per “disordini da disattamento”, come viene definito nel gergo dei medici dell’esercito il crollo emotivo che deriva dall’essere stato protagonista o testimone molto ravvicinato di eventi altamente stressanti.

Quanto agli stupri è ancora il cinema a rivelarci la guerra invisibile delle soldatesse americane vittime di violenza sessuale. Negli Stati Uniti – lo riferisce Paolo Massa de Linkiesta – una delle storie meglio nascoste al giudizio dell’opinione pubblica riguarda le migliaia e migliaia di donne dell’esercito americano vittime di stupro. Secondo il dipartimento della difesa, nel 2011 i casi di violenza sessuale riportati sono stati ben 3.158; purtroppo solo il 14% delle soldatesse trova la forza e il coraggio di denunciare i loro carnefici.

Nel film diretto da Kirby Dick dal titolo The Invisible War, candidato agli Oscar come miglior documentario, si alza il velo di infame segretezza che ha insabbiato queste storie di violenza, abbandono e sofferenza. E’ mai possibile che oggi nell’esercito americano una donna abbia più probabilità di essere stuprata da un commilitone che cadere vittima del fuoco nemico sul campo di battaglia? Un paradosso inaccettabile che il documentario sulla guerra invisibile delle soldatesse a stelle e strisce cerca di riportare alla luce della ribalta sociale e politica.

A dimostrazione infine dell’ alcol e droghe non citate nel blog di Michael Moore, il riferimento viene “casualmente” da casa nostra (si fa per dire) e precisamente da Vicenza dove sono ospitati i soldati americani della 173esima brigata, nella  base Del Din-Dal Molin, agli ordini del colonnello David Buckingham che non è il primo e non sarà certamente l’ultimo militare statunitense ad essere sospeso per aver bevuto qualche bicchiere di troppo.

“La cultura impregnata di alcol dei militari emerge nei fine settimana, negli appartamenti dei sottoufficiali, dove i sottoposti tracannano liquori direttamente dalla bottiglia”. Il vivido quadretto è tratto dal bollettino semi-ufficiale della Difesa Usa, “Stars and Stripes”, che in un articolo del 26 dicembre 2012 descriveva il normale abuso di alcol nelle basi Usa: “I marines sanno che saranno puniti se saranno colti a bere sotto l’età consentita o a bere superalcolici nelle caserme” racconta un soldato, «ma questo non significa che smettano di bere. Tengono le porte chiuse e se il sergente di plotone viene in ispezione alle 6.30 del mattino, vorrà dire che tutte le prove saranno cancellate alle 6.15».

Che nell’esercito si beva non stupisce: la vita di chi va e viene da missioni in Afghanistan e Iraq, come i soldati della 173esima brigata ospitata a Vicenza, è sottoposta a continui traumi e stress, per usare degli eufemismi. Ma che la situazione stia prendendo una piega preoccupante lo conferma un report dell’organizzazione non governativa Institute of Medicine, che ha definito l’abuso di alcol e droghe fra le truppe una «crisi sanitaria pubblica». Nella ricerca, riportata sempre da “Stars and Stripes”, il 43% dei soldati in servizio ha ammesso di essersi sbronzato nel mese precedente l’intervista, riferendo che il 67% dei compagni di bevute aveva un’età fra i 17 e i 25 anni.

Viene spontanea la domanda. Non si tratta forse del fatto che è malato lo spirito del soldato americano che tortura nelle carceri nemiche, offende i musulmani bruciando il Corano e orinando sui loro cadaveri, che impazzito entra nelle case di notte massacrando civili  e bambini, che dagli aerei spara su cittadini inermi come in un war game?  Non è malata l’ideologia militare schiava del mito dell’allenamento estenuante, del training spersonalizzante, dell’alienazione da fatica, del corpo come macchina. Il mito dell’obbedienza cieca, della formalità, della gerarchia, della rigidità burocratica, il mito della forza, del superuomo… del mito Stelle e Strisce?

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