Spread: ballando intorno al totem… dimenticando il resto

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di Salvo Ardizzone

Evviva! Lo spread ha toccato quota 200! Tutto va bene madama la marchesa. Sembra questo il messaggio che trasuda dai media: il sistema Italia, toccata la soglia fatale, s’è  buttato dietro i suoi malanni e ha svoltato l’angolo; dopo tanto penare, d’ora in poi avrà dinanzi tutta una discesa.

Pare proprio che abbiamo bisogno di una specie di totem attorno a cui danzare dimenticando il resto e, soprattutto, di guardare in faccia una realtà che è più dura e scomoda.

Intendiamoci: è un gran bene che finalmente sia calato, i risparmi sugli interessi ci sono rispetto anche solo allo scorso anno, certo, ma è bugiardo dire come tanti che a 100 punti in meno corrisponde un punto percentuale in meno sul debito (al momento 2.085 mld di €). I risparmi si hanno sulle nuove emissioni, non certo su quelle passate e, soprattutto, lo spread è un differenziale, ciò che gli investitori pagano sul rischio Paese, e visto che i rendimenti dei titoli tedeschi sono saliti, passando da quasi 0 (zero!) ai circa 2 punti percentuali di adesso…

La verità è che questi benedetti tassi del debito pubblico scendono da mesi (la Germania è un discorso a parte come vedremo), per effetto delle politiche monetarie espansive (soprattutto americana e giapponese) che hanno inondato i mercati con oltre 1.500 mld di $ nel solo 2013. Corbellare che la nostra “quota 200” sia merito esclusivo delle politiche dei governi o della conclamata “stabilirà” (altro totem dietro cui nascondiamo i nostri veri problemi), è semplicemente falso (per inciso: la Spagna, che è messa assai peggio di noi quanto a problemi strutturali, ha uno spread più basso; e l’Irlanda – a pochi anni dal quasi default, salvata dai prestiti internazionali – è in piena ripresa e ne ha registrato uno ancora più basso alla prima nuova emissione, caso mai è lei a poter ringraziare per la fiducia concessa al suo governo).

Piuttosto, il merito, se così si può dire, va alle banche; hanno in pancia circa 800 mld di titoli del Tesoro, acquisiti anche con quella liquidità (tanta) elargita dalla Bce a costo stracciato ufficialmente perché arrivasse al sistema (e dunque anche alle imprese) ma accompagnata da “suggerimenti” impossibili da non seguire, che l’hanno dirottata sull’acquisto di quei titoli, calmierando i tassi e respingendo la speculazione ribassista. E loro son state ben felici di farlo, visto il costo a cui era stato loro concesso quel denaro (prossimo allo zero) e quello dei titoli che acquistavano (mai così alto negli anni precedenti), garantendosi un lucroso guadagno senza rischi.

Ma facendo così, cosa rimaneva per i finanziamenti all’economia reale? A nostro parere poco, comunque meno del necessario come ciascuno sa e ha potuto constatare.

Comunque, tornando al discorso di prima, se proprio vogliamo fare paragoni con la Germania, ricordiamoci che, con un debito pubblico di 2.024 mld di € (sceso di 40 mld nell’ultimo anno), ha un Pil di 2.530 mld di €, cresciuto del 4,5% nel corso dei sei anni di crisi; l’Italia, come detto, ha un debito di 2.085 mld (cresciuto di 95 mld nell’ultimo anno) a fronte di un Pil che arriva a stento a 1.600 mld, diminuito dell’8,8% negli stessi anni di crisi. È proprio un altro mondo, e prima d’ogni cosa è stupido porla per riferimento.

Intendiamoci, non è che oltre le Alpi siano marziani: qualche anno fa la Germania s’è trovata nelle peste, con una disoccupazione che cresceva e un deficit ben oltre il 3%; era accaduto che il suo bel sistema di capitalismo renano aveva mostrato la corda in un mondo che cambiava vorticosamente. Perciò ha fatto ciò che doveva, sotto l’occhio benevolo di un’Europa che non s’è sognata di commettere il sacrilegio d’aprire su di lei una procedura d’infrazione per deficit eccessivo(la Germania, si sa, è un paese serio – dicevano a Bruxelles per giustificarsi – e manterrà quello che promette). D’accordo, l’ha mantenuto, magari a differenza d’altri, (riforma seria del mercato del lavoro in testa), ma ci sarebbe piaciuto avere un po’ di uniformità di giudizio in più e un po’ di pregiudizi in meno in altri casi.

Inoltre, è anche vero che la Germania ci guadagna, e davvero tanto, a tenersi l’euro, assai più debole di quanto sarebbe stato il vecchio marco; lei che vive sull’esportazione può così godere d’una forte svalutazione competitiva, il contrario speculare di ciò che è accaduto all’Italia lasciando la lira.

In tutto questo quadro, solo l’inflazione sembra andar meglio in Italia (1,2% nello scorso anno) che in Germania (1,6%); ma per noi, in un momento congiunturale recessivo, è chiaro segno di deflazione, vale a dire di crescita bassa (o negativa) accompagnata da contenimento dei prezzi se non diminuzione a seguito della contrazione dei consumi. E per quanto riguarda la Germania, quell’aumento al 2% del rendimento sui titoli pubblici si spiega col fatto che rendimenti prossimi allo 0 avevano un senso in uno scenario generale di crisi, quando erano visti come titoli rifugio e la liquidità del sistema che li emetteva era scarsa, ora comincia ad essere altra cosa, come del resto in Eurolandia e nel mondo… e da noi?

Noi siamo in mezzo al guado d’una crisi senza fine e ci rallegriamo di veder luci accese da altri, mentre continuiamo a ballare intorno al totem dello spread. E allora? Senza voler ripetere il lungo elenco dei nostri mali, che comporterebbe troppe parole per questa sede, ci limitiamo a dire che con una macchina amministrativa inefficiente, costosissima ed altrettanto potente, siamo costretti ad alzare continuamente il prelievo fiscale, continuando a drenare risorse dal sistema, in un circolo vizioso che alimenta un effetto recessivo doppiamente grave in un momento di crisi quale quello attuale.

I cambiamenti, tuttavia, e i tagli (ma quelli veri e non indiscriminati) cozzano contro il potere di interdizione di una sterminata quanto interconnessa pletora di lobby e centri di potere portatori di interessi particolari, ben decisi a mantenere le infinite sacche di privilegio con cui una politica debole, inetta e collusa ha comprato il consenso peraltro spesso – purtroppo – vasto (i privilegi contro cui protestare son sempre quelli degli altri).

Senza lo scardinamento di tali posizioni di rendita, senza la riduzione di sussidi improduttivi (magari per chi li riceve sacrosanti, ma irrimediabilmente improduttivi) e che valgono decine di miliardi; senza un serio piano di liberalizzazioni che dia competitività vera (e sarebbe finalmente ora); senza dismissioni dello sterminato patrimonio immobiliare pubblico che va in malora o quanto meno un piano di valorizzazione dello stesso (che non si risolva in una svendita ai soliti amici degli amici); senza lo svecchiamento della burocrazia e la limitazione del suo strapotere nei confronti di singoli e aziende (lo so, sarebbe più facile vedere un asino volare); senza investimenti infrastrutturali finalizzati ad obiettivi precisi e non tanto per fare spesa (un giorno qualcuno mi spiegherà il significato della Tav in un Paese dove ancora la stragrande maggioranza delle merci viaggia su gomma per il pessimo stato del servizio ferroviario; prima il necessario no, eh?); senza… ce ne sarebbero di cose da dire ancora, ma basterebbe solo cominciare, magari con un poco di buon senso se non è chiedere troppo. Un passo dopo l’altro nella giusta direzione.

E invece continuiamo a ballare intorno al totem che ci viene scelto per non vedere il resto.

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