Siria, arena di influenza silenziosa tra Turchia, Israele ed Emirati Arabi Uniti

La Siria non è più solo un’arena di conflitti interni, ma si è trasformata in un crocevia di interessi internazionali e regionali, orchestrati dagli Stati Uniti. Questioni di sicurezza, energia e geopolitica si intrecciano e la mappa dell’influenza in Medio Oriente si sta ridisegnando. Al centro di queste trasformazioni, Washington sta emergendo come il “grande orchestratore”, mentre Israele, Turchia ed Emirati Arabi Uniti si muovono lungo percorsi paralleli, a volte in competizione e a volte complementari, su un territorio stremato dal conflitto e ora in fase di riorganizzazione politica, militare ed economica.
L’analisi che segue si basa sulla premessa centrale che Stati Uniti e Israele condividano una strategia profonda per rimodellare il Medio Oriente, di cui Gaza, Libano e Siria sono solo i punti più critici. Dopo l’operazione di Al-Aqsa, Washington è passata dalla gestione delle crisi all’investimento in guerre come opportunità per ridisegnare gli equilibri, secondo il principio della “pace attraverso la forza”, che combina la massima pressione e guerre limitate per ottenere guadagni strategici duraturi, tra cui l’eliminazione dell’Asse della Resistenza, la risoluzione del conflitto arabo-israeliano e il consolidamento di Israele come potenza regionale dominante in termini di sicurezza ed economia.
In Libano, questa strategia si traduce in un tentativo di chiudere il fascicolo della Resistenza dal punto di vista militare, della sicurezza e politico, e di spingere per accordi di sicurezza e di confine con Israele in preparazione di una normalizzazione globale che rimodelli la geografia politica libanese in modo da rimuoverla dall’equazione della minaccia diretta all’entità israeliana.
Siria dopo la caduta di Assad
In Siria, la caduta del regime di Bashar al-Assad si presenta come un anello cruciale nel progetto di riorganizzazione della regione. La caduta non è stata un evento isolato, ma piuttosto il risultato di un lungo processo di intese e approvazione americana, attuato con la cooperazione turco-israeliana, volto a separare definitivamente la Siria dall’Asse della Resistenza, soffocare Hezbollah e trasformare la Siria in uno Stato privo di armi strategiche, sicuro per l’entità israeliana e successivamente aperto all’integrazione nel sistema di normalizzazione.
Israele ha immediatamente iniziato a distruggere l’infrastruttura militare siriana attraverso centinaia di incursioni e ampliato la sua presenza sul territorio nella Siria meridionale, dal monte Hermon a Quneitra e alla diga di Yarmouk, per imporre una “zona grigia di sicurezza” che costituisce una profondità difensiva e di monitoraggio e gli fornisce pedine strategiche in qualsiasi futuro accordo con Damasco.
Le ambizioni americane
Al contrario, Washington immagina uno scenario per la Siria basato su uno Stato centrale debole ma stabile all’interno della sfera d’influenza americana, impedendo così il ritorno dell’Iran e chiudendo qualsiasi via per riallacciare l’Asse della Resistenza. Gli Stati Uniti gestiscono le contraddizioni tra Turchia e Israele attraverso una divisione funzionale dell’influenza: la Turchia a nord, Israele a sud, le Sdf a est e una presenza americana diretta ad al-Tanf, il tutto all’interno di un fragile equilibrio progettato per impedire una conflagrazione a tutto campo.
La Siria meridionale occupa un posto speciale nei calcoli israeliani, non solo come prima linea, ma anche per le sue risorse idriche e agricole e per la sua posizione geografica strategica che domina la Palestina occupata, la Giordania e il Libano, garantendo una profondità difensiva e capacità di intelligence a lungo raggio. Pertanto, l’espansione sulle alture del Golan, a Quneitra e nella campagna meridionale di Damasco sta diventando parte di un progetto di sicurezza ed economia globale legato alle rotte commerciali ed energetiche.
Il regime marionetta
Quanto al regime di Al-Julani, esso appare come un’autorità incastrata nel cuore degli incroci americano-israeliani, a cui è stato concesso un riconoscimento condizionato in cambio del suo impegno a neutralizzare la Siria, a dare priorità all’accordo di sicurezza con Israele e a mantenere la presenza americana e i suoi strumenti a est dell’Eufrate, con un’economia controllata sull’orlo del collasso senza consentirle di riprendersi completamente, tanto da rimanere una carta di pressione permanente.
Sul lato turco, Ankara si presenta come attore centrale che rifiuta il federalismo e aderisce a uno Stato centralizzato e a un unico esercito, con uno sforzo incessante per controllare le chiavi della sicurezza, dell’energia e dei valichi, neutralizzando le Sdf, sequestrando giacimenti di petrolio e gas e porti e controllando le arterie di transito verso il Golfo, oltre alla sua ambizione di demarcare i confini marittimi con la Siria che rafforzano la sua posizione nel conflitto energetico nel Mediterraneo orientale.
Al contrario, gli Emirati Arabi Uniti stanno svolgendo il ruolo di “soft balancing”, attraverso investimenti a lungo termine in infrastrutture, energia e porti, cercando di contenere l’influenza iraniana, frenare l’espansione turca e ripristinare la “profondità araba” in Siria, utilizzando gli strumenti del denaro, della ricostruzione e del sostegno diretto ad alcune componenti come leva di influenza politica e di sicurezza non conflittuale.
Il futuro della Siria è gestito sotto un chiaro tetto americano: uno Stato centralizzato con un ritmo controllato, senza guerre interne o una piena ripresa, con equilibri di potere sovrapposti tra Turchia, Israele ed Emirati Arabi Uniti, mentre gli aiuti e le pressioni economiche diventano un vero e proprio strumento di governo e il conflitto si riproduce sotto forma di una morbida competizione per il corpo di uno Stato esausto.
di Redazione



