Siria: israeliani e curdi vendono illegalmente petrolio

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Dall’inizio dell’aggressione terroristica in Siria, il controllo sulle significative risorse energetiche del Paese dell’Asia occidentale è stato oggetto di molte analisi che hanno fatto luce sui motivi alla base dell’intervento delle potenze regionali e internazionali. Le vendite illegali di petrolio siriano da parte dei gruppi terroristici, con l’aiuto di alcuni Paesi regionali, occasionalmente trovano spazio nei rapporti dei media. I Paesi coinvolti negano puntualmente un ruolo nella facilitazione delle vendite di petrolio che è principalmente nelle regioni detenute dai curdi siriani. Il quotidiano libanese Al-Akhbar, citando “documenti trapelati”, ha riferito di aver appreso che il Syrian Democratic Council (Sdc), un’organizzazione curda affiliata alle Syrian Democratic Forces (Sdf), ha concesso a un uomo d’affari Israelo-americano, Moti Kahana, il permesso di esportare petrolio nella regione settentrionale. La misura del consiglio separatista siriano solleva interrogativi sui suoi obiettivi, nonché sulle conseguenze della sua misura in patria e sui livelli della regione. 

Il petrolio in Siria

La Siria produce solo lo 0,5 per cento del petrolio globale. Tuttavia, l’industria petrolifera ha svolto un ruolo considerevole nell’economia della nazione araba prima e dopo l’aggressione terroristica, ormai al suo nono anno. Il significato di questa industria siriana diventa ulteriormente chiaro se consideriamo che la Siria è l’unico produttore di petrolio tra le nazioni costiere del Mediterraneo orientale come il Libano, la Giordania e la Palestina occupata. Prima del conflitto interno, iniziato nel 2011, il Paese produceva 378mila barili di petrolio al giorno, 140mila dei quali esportati e il resto consumato in patria. Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Germania e Turchia sono stati i principali acquirenti del petrolio siriano. Dopo lo scoppio della devastante guerra, la produzione di petrolio è fortemente diminuita, raggiungendo i 15mila barili al giorno.

Dopo la sconfitta dellIsis, il Paese è entrato in una relativa stabilità che ha inaugurato il cosiddetto periodo post-Isis. All’inizio di quest’anno, il quotidiano siriano Al-Qasioun ha riferito che la produzione nazionale di petrolio è aumentata a 24mila barili al giorno. Oltre l’80 percento dei siti ricchi di petrolio si trova nelle aree a nord-est e a maggioranza curda. Nella provincia prevalentemente curda, ci sono circa 1330 giacimenti petroliferi. Il giacimento petrolifero di Sweydya a Rmelan, una città nella provincia di Hasakah nel nord-est, è il più grande giacimento petrolifero del Paese. Anche gli Stati Uniti hanno gli occhi sul petrolio siriano. Dal 2016, gli americani hanno cercato, in associazione con gli alleati Sdf, di produrre 145mila barili di petrolio ogni giorno da tre campi petroliferi di Al-Omar, Al-Tanak e Conoco.

Petrolio nelle equazioni siriane

Nel 2015, i terroristi dell’Isis hanno distrutto un oleodotto che trasferiva petrolio dal giacimento petrolifero di Rmelan a due raffinerie gestite dal governo centrale. Di conseguenza, una grande quantità di petrolio prodotto doveva essere inviata alle raffinerie usando le navi cisterna. Il Partito dell’Unione Democratica (Pyd), l’ala politica dell’Sdd curdo, ha approfittato del bisogno del petrolio da parte del governo centrale e da allora ha usato il petrolio come strumento di pressione politica. Il Pyd ha firmato un contratto con una società che acquistava petrolio dall’Isis e lo vendeva a Damasco.

Quando la Turchia ha lanciato la campagna militare a Manbij alla fine del 2018, una città a maggioranza curda nel nord-est della Siria, i curdi hanno messo in dubbio l’intenzione degli Stati Uniti di proteggerli di fronte all’operazione turca. La questione ha preso seri aspetti soprattutto dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato a febbraio di voler ritirare le sue forze dalla Siria. Tenendo presente che le principali raffinerie di petrolio sono detenute dal governo centrale, con la sconfitta dell’Isis il governo ha rafforzato il suo controllo sulle province costiere e sui loro mercati. Successivamente, l’Sdf hanno deciso di collaborare con il governo per esportare petrolio, consegnando a Damasco gli impianti petroliferi nord di Deir ez-Zor e il giacimento di gas Conoco. Ma hanno continuato la loro competizione per un ulteriore controllo delle fonti petrolifere.

Curdi siriani e regime israeliano

Dal 2014, Tel Aviv ha rafforzato il suo sostegno ai curdi siriani per perpetuare il conflitto interno e la divisione del Paese arabo. Ofra Benjio, il capo degli studi curdi presso l’Università di Tel Aviv, ha rivelato che un certo numero di leader curdi siriani si è recato segretamente in Israele per parlare di cooperazione. Nello stesso anno, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso sostegno all’indipendenza curda dalla Siria, per intensificare le tensioni nella regione.

Dall’altro lato, Trump attraverso la sua incerta politica siriana ha dimostrato che non intende spendere soldi in Siria. Questo ha suscitato l’ira dei curdi siriani. I curdi dovrebbero o restituire i loro territori al governo centrale per fermare i progressi della Turchia o cercare un nuovo allentamento. Se negoziano le questioni geopolitiche con il governo del presidente Bashar al-Assad, si concluderà un’ultima fase della guerra siriana. Apparentemente, una Siria forte e unita è in contrasto con gli obiettivi e le politiche israeliane. Tel Aviv, considerando la quota dei curdi provenienti dalle fonti petrolifere siriane secondo gli accordi passati con Damasco, ha tentato i leader curdi di cooperare promettendo di aiutarli a produrre 400mila barili al giorno.

In una lettera inviata a Kahana da Ilham Ahmed, il co-capo della Dsc, l’uomo d’affari israeliano ottiene l’autorizzazione a vendere il petrolio siriano “sotto la supervisione del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti“. Se questo accordo viene attuato, le Sdf guadagneranno 24 milioni di dollari al giorno e più di tre miliardi all’anno, un reddito realizzato grazie a un collegamento stabilito da Israele tra i curdi e gli Stati Uniti.

Interessi israeliani in Siria

Ciò che gli israeliani traggono beneficio da un simile accordo è un’influenza più profonda in Siria e il potere di spingere per la divisione del Paese arabo usando gli strumenti economici e aggirando le raffinerie gestite da Damasco. Questa è una missione che la fondazione di beneficenza dell’Amalia, affiliata al Mossad, ha lanciato un paio di anni fa con il pretesto di un lavoro di beneficenza nelle regioni siriane a maggioranza curda. La missione è presieduta da Kahana.

Se una tale quantità di petrolio viene trasferita fuori dalla Siria, sarà uno scambio più intenso tra Tel Aviv e i curdi che corromperà i leader dell’Sdf. Mentre lavorano in linea con gli interessi israeliani, tradiscono, come loro tradizione, il popolo curdo, vittima, alla stregua del popolo siriano, di questa sporca e brutale guerra.

di Giovanni Sorbello

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