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A Sabra e Chatila “furono le mosche a farcelo capire”

Sabra e Chatila… “Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare. Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che c’erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera. All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Il fetore di Chatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto”.

Robert Fisk tra i primi a entrare a Sabra e Chatila

Comincia così, con queste parole cariche di angoscia, il resoconto del giornalista inglese Robert Fisk, uno dei primi a entrare nei campi e a vedere con i propri occhi l’orrore della strage nella quale, 35 anni fa, furono massacrati 3500 civili. Il numero delle vittime non fu mai confermato con esattezza. Di molti non rimasero che brandelli e parti sparse, nulla con cui ricomporre il corpo; altri furono sotterrati in fosse comuni nelle stesse ore in cui veniva compiuto il massacro. I bulldozer fecero il resto, seppellendo sotto le macerie degli edifici spianati centinaia di corpi. Non fu risparmiato nemmeno l’ospedale, dove si erano rifugiati alcuni feriti: i medici stranieri furono cacciati, mentre quelli palestinesi uccisi insieme ai feriti.

Massacro di palestinesi e sciiti libanesi

Tra il 16 e il 18 settembre 1982, migliaia di palestinesi e sciiti libanesi che vivevano nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Chatila, furono barbaramente uccisi ad opera di milizie cristiano-maronite libanesi coordinate con le forze israeliane dislocate a Beirut Ovest. In realtà, già nella notte del 15 settembre i campi erano stati circondati dalle truppe e dai bulldozer israeliani.

Nel 2002 Ben Alofs, un medico olandese che all’epoca della strage lavorava al Gaza Hospital di Sabra, rilasciò una testimonianza a riguardo: “La situazione era caotica e confusa. Il nostro obitorio si riempì di cadaveri in pochissimo tempo, mentre i feriti venivano trasportati senza sosta. Il 17 settembre fu chiaro che i falangisti di Saad Haddad (assoldati ed armati da Israele) stavano massacrando la popolazione civile. Un bambino di 10 anni fu trasportato agonizzante all’ospedale. Era vivo, ed aveva trascorso tutta la notte sotto i cadaveri dei suoi genitori, fratelli e sorelle. Durante la notte, gli assassini venivano aiutati dagli elicotteri israeliani, che illuminavano i campi con il lancio di razzi luminosi. (…) Certamente, i responsabili furono Hobeika, Frem e le loro bande, ma il massacro non avrebbe mai avuto luogo se Sharon non avesse ideato l’eccidio e non l’avesse reso possibile dando via libera per l’operazione.

Sharon voleva distruggere ad ogni costo ciò che restava delle infrastrutture palestinesi in Libano. Colui che desiderava stornare i palestinesi da Beirut per spingerli in Giordania, “il loro Stato”, secondo lui”. Il 16 dicembre 1982, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo “un atto di genocidio” (risoluzione 37/123, sezione D). Tuttavia, nessuno pagò per quella strage.

Falange responsabile dei massacri a Sabra e Chatila

L’8 febbraio 1983, la Commissione Kahan giunse alla conclusione che i diretti responsabili dei massacri erano state le Falangi libanesi, sotto la guida di Elie Hobeika. La stessa Commissione ammise anche la “responsabilità indiretta” del Primo Ministro Menachem Begin, del Ministro della Difesa Ariel Sharon, del Capo di Stato Maggiore Rafael Eitan.

Ancora una volta riportiamo la testimonianza di Alofs: “Il giudice libanese Germanos, a sua perenne vergogna, non fu in grado di stabilire l’identità dei massacratori falangisti, mentre la commissione israeliana, nonostante le sue conclusioni furono fatalmente alterate, ritenne Sharon “indirettamente responsabile” del massacro, e quindi non adatto a svolgere le funzioni di ministro della Difesa. Nel 1982 Begin definì i palestinesi “Animali a due piedi”. Eitan li paragonò a “scarafaggi impazziti in bottiglia”: questa disumanizzazione dei palestinesi era ed è ancora la causa dell’insensibile noncuranza dell’esercito israeliano verso la vita dei palestinesi”.

Il “macellaio” Sharon

Stefano Chiarini, giornalista de “Il Manifesto”, scriveva il 12 settembre 2002: “Una veloce lettura degli eventi di quei terribili giorni del 1982 non lascia dubbi sulle responsabilità internazionali, proprio come oggi. I combattenti palestinesi si erano ritirati da Beirut alla fine di agosto in cambio dell’impegno sottoscritto dal governo israeliano con l’inviato Usa Philip Habib, di non entrare a Beirut ovest. I soldati americani, francesi e italiani, arrivati il 21 agosto, avrebbero vigilato sul mantenimento degli impegni presi da Israele. Invece, ritiratisi i fedayin, gli Usa decisero un ritiro anticipato di 15 giorni, lasciando i campi di Sabra e Chatila alla mercé degli israeliani.

L’11 settembre, Sharon dichiarò che a Sabra e Chatila «ci sono ancora 2mila terroristi». Martedì 14 venne ucciso Bechir Gemayel, il presidente falangista libanese alleato di Israele, mercoledì 15 l’esercito israeliano entrò a Beirut ovest e circondò i campi affidando ai falangisti la loro «ripulitura». Giovedì 16 iniziò il massacro che sarebbe durato fino a sabato 18. Lunedì 20 Reagan annunciò il ritorno delle forze multinazionali incaricate di «proteggere i palestinesi». La strage era compiuta e la coscienza dell’Occidente salva”.

Oggi i quartieri di Sabra e Chatila non sono cambiati molto; l’uno accanto all’altro, non hanno più nemmeno un confine ben distinguibile. Sono ancora densamente popolati con le case che crescono in altezza impedendo ai raggi del sole di penetrare, come dice Jamile Shehade, direttrice del centro di Sabra e Chatila di Beit Atfal Assomoud, l’organizzazione non governativa palestinese che dal 1976 lavora nei campi profughi libanesi: “Prima del 1982 tutte le case avevano piante e fiori, ma ora non ci sono elettricità né acqua potabile e le piante non possono sopravvivere”.

di Manuela Comito

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