Reza Pahlavi: un fantoccio nelle mani di Israele
Nell’arena politica che circonda oggi l’Iran, è difficile trovare una figura così vuota, artificialmente gonfiata e politicamente esposta come Reza Pahlavi II. Per i suoi sostenitori, è il “principe ereditario”, il “legittimo erede di un trono usurpato” e “l’incarnazione di un’età dell’oro perduta”. Ma per la maggior parte degli iraniani – e persino per gli oppositori più accaniti della Repubblica Islamica – è percepito sotto una luce completamente diversa: una caricatura nostalgica sostenuta dall’esterno, un uomo senza patria che parla costantemente dell’Iran pur essendo molto lontano dalla realtà iraniana. Rappresenta una visione dell’Iran che esiste solo nell’immaginazione di esuli, think tank occidentali e strateghi israeliani. Non offre un futuro, ma piuttosto commercializza un passato raffinato; non parla a nome degli iraniani, ma presenta l’Iran ai suoi nemici – Israele e Stati Uniti – per reclamare un trono che non esiste più.
Reza Pahlavi, un principe senza popolo
Il primo e fondamentale problema di Pahlavi è la mancanza di una vera base. Non organizza lavoratori, studenti, esponenti del clero o minoranze etniche. Non mobilita quartieri, sindacati o comunità rurali e non affronta le difficoltà quotidiane degli iraniani: l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, il collasso dei sistemi idrici, le sanzioni, la crisi immobiliare e la disoccupazione. Parla invece il linguaggio della CNN e di Fox News, dei forum sulla sicurezza israeliani e delle conferenze politiche a Washington.
Pertanto, nei suoi discorsi si è lasciato ispirare da due slogan principali: relazioni ottimali con gli Stati Uniti e relazioni ottimali con Israele. Negli ultimi anni, Reza Pahlavi ha apertamente lavorato per rafforzare i suoi legami con le élite politiche, militari e mediatiche israeliane. Elogia il ruolo regionale di Israele, riecheggia la narrazione sull’Iran e si presenta come il volto iraniano di un futuro Medio Oriente identificato con Tel Aviv. Non solo, Pahlavi sostiene anche qualsiasi tentativo di attacco israeliano contro il Paese. L’esempio più recente di ciò si è verificato durante l’aggressione americano-israeliana contro l’Iran (la Guerra dei 12 giorni), e proseguita con una complessa guerra terroristica.
Per Israele, l’utilità di Pahlavi non risiede nella sua forza, ma nella sua debolezza. È la figura ideale per lo scenario post-Repubblica Islamica: di natura occidentale, contrario alla Resistenza, contrario alla Rivoluzione, estraneo alla società iraniana e disposto a rinunciare alla sovranità in cambio del riconoscimento.
Una visita di disprezzo
Una delle scene più eclatanti che rivela il grado di disprezzo nei suoi confronti, persino da parte di alti funzionari israeliani, è la foto pubblicata del suo incontro con Benjamin Netanyahu nell’aprile 2023. All’epoca, Pahlavi II visitò Israele con l’obiettivo di presentare un’alleanza con il nuovo asse conservatore americano-israeliano. Lo scopo dei suoi incontri con Netanyahu, Herzog e Gali-Miel era quello di presentare un’immagine immaginaria di “Iran dopo la Repubblica Islamica” come alleato di Israele.
Da allora, Pahlavi ha partecipato agli eventi dell’AIPAC, in alleanza con personaggi come Sheldon Adelson, e, dopo la guerra di Gaza, si è unito alle marce pro-Israele con i suoi sostenitori. Ha anche sostenuto il secondo mandato di Trump, adottando lo slogan “Make Iran Great Again” (Rendiamo l’Iran di nuovo grande) e la politica di “massima pressione” sull’economia iraniana. Questa posizione è espressa anche nelle due piattaforme mediatiche “Manoto” e “Iran International”, su cui ha grande influenza e che hanno amplificato contenuti ostili ai palestinesi, sostenendo che Gaza e il Libano abbiano “rubato” la ricchezza del popolo iraniano a causa del sostegno dello Stato a Hezbollah e Hamas. Allo stesso tempo, il campo di Pahlavi si è allineato con l’estrema destra globale, rifiutando qualsiasi compromesso e sostenendo interventi, sanzioni e scontri militari con la Repubblica Islamica.
In breve, Reza Pahlavi non rappresenta un vero progetto politico, ma uno strumento caricaturale nelle mani di forze che cercano ogni mezzo per influenzare l’Iran dall’esterno. Il suo potere non deriva dalla piazza iraniana, ma dagli studi mediatici occidentali, dai think tank israeliani e dalle reti di pressione che vedono l’Iran come un’arena aperta per esperimenti geopolitici. Mentre appare con un discorso denso di glorie che non ha vissuto, e con promesse che non si basano su basi sociali o su una visione nazionale.
di Redazione



