Cultura

Racconti – Moro e i ragazzi di Roma Nord (I parte)

Moro e i ragazzi di Roma Nord – “Il bene anche restando come sbiadito nello sfondo è più consistente che non appaia, più consistente del male che lo contraddice. La vita si svolge in quanto il male risulta in effetti marginale e lascia intatta la straordinaria ricchezza dei valori di accettazione, di tolleranza, del senso del dovere, di dedizione, di simpatia, di solidarietà, di consenso che reggono il mondo, bilanciando vittoriosamente le spinte distruttive di ingiuste contestazioni. [1]”.

Riflettevo chiaramente su determinate espressioni. Concetti, idee, linguaggi che riempivano gli spazi e il sociale dove il sociale eravamo noi studenti, noi lavoratori e tutto il resto era escluso.

Arrivo in Facoltà a passo svelto superando capannelli di studenti che distribuiscono volantini. Militanti informano che si terranno dei comizi. L’università è un concentrato generazionale in ebollizione. Il movimento del ’77 riuniva i gruppi della sinistra extraparlamentare: indiani metropolitani reduci del movimento hippy americano e comunemente noti come fricchettoni l’ala creativa underground non violenta; Autonomia Operaia l’ala politica più dura, radicalizzata e intransigente da cui provenivano esponenti di Prima Linea l’ala armata, seconda solo alle Brigate Rosse, responsabili di azioni terroristiche ai danni di giornalisti, magistrati, sindacalisti, politici.

Richiamano alla mobilitazione contro la circolare Malfatti che vieta agli studenti di dare più di un esame nella stessa materia, un tentativo di repressione dello Stato, antidemocratico e reazionario.

Affretto il passo, è prevista una esercitazione e mi hanno dato appuntamento fuori dalla Facoltà. Il mio gruppo di Roma Nord, fuori da ogni contestazione e da ogni movimento, eravamo l’ala democristiana di Scienze politiche: Io, Giovanna, Manfredi e Domenico.

Eccola Maria Luisa, la Nada! Mi rivolge Giovanna il soprannome affettuoso, con il suo timbro di voce squillante. Per lei io, moretta dalla chioma fluente, bassina, lo sguardo irridente e irrequieto, di imbronciata tenerezza, assomiglierò sempre a Nada la cantante.

Eravamo all’ultimo anno di università; Facoltà di scienze politiche alla Sapienza, Aldo Moro era il nostro Professore e quello sarebbe stato il nostro ultimo anno prima di una maturità non prevista che avrebbe spazzato via ogni velleità di cambiamento: rivoluzione, sogni, ideali. Ma nessuno di noi poteva ancora saperlo.

Il nostro corso, Istituzioni di Diritto Penale, era quello che richiamava il maggior numero di studenti e la classe era sovraffollata. A dire il vero non tutti i presenti avrebbero dovuto sostenere quell’esame, ma seguire le lezioni del nostro Professore era considerato un credito aggiunto e destava curiosità come veniva sviluppato il dopo lezione.

Quando la lezione finiva, il Professore non scappava subito preso dai suoi mille impegni come gli altri docenti che rivestivano anche cariche istituzionali, ma si fermava con noi, anche per più di un’ora, con gli assistenti che lo chiamavano ed i colleghi di partito che lo rimbrottavano se arrivava tardi a Montecitorio o ad altri appuntamenti pubblici; questo ce lo raccontava lui, naturalmente.

Ma a lui non interessava: “Il mio lavoro è insegnare, la politica viene dopo” e si premuniva di ascoltarci e discutere, aprire tanti fronti di dialogo, invisibili muri che venivano giù, e per noi tutto questo, non abituati se non a rigidi esempi accademici, fu una sorta di rivoluzione.

Sono presa tra i miei pensieri, una guancia appoggiata sul pugno chiuso, i capelli mi impicciano e me li sistemo distrattamente dietro le orecchie. Non mi sto concentrando affatto e non mi accorgo che mi sta accanto.

Come procede, difficile? Vengo ridestata dalla sua voce, quella sua inflessione calma, paziente; questa confidenza a cui mi ero lentamente abituata. Raccolti i fogli, conclusa la prova, ci raccogliamo tutti intorno e apriamo a domande e timori; l’impegno civile che ci chiamava.

Ma come può essere possibile un bene di questi tempi? Attentati, omicidi, gambizzazioni a questo porta una ideologia come il comunismo e permettere che entrino nell’alveo istituzionale? Lei che ne pensa Professore? Manfredi si era proteso in avanti riempiendo lo spazio con la sua figura elegante ma solida. Ma non si tratta solo di comunismo, aveva provato a ribattere qualcuno. Presuntuoso e arrogante, mai che se ne stia zitto, penso stizzita. Manfredi era la mia nemesi. Troppo dissimili per andare d’accordo, troppo simili per separarci.

Ci affrontavamo senza detestarci per davvero, anche se non avevo esatta memoria di quando e per cosa fosse avvenuto lo strappo solo che un giorno era successo e nessuno di noi avrebbe mai ammesso sbagli e mancanze. Imbevuti di ideologia e dibattiti le nostre posizioni si erano irrigidite. Nello stesso gruppo ma su fronti opposti; lui nella corrente di destra, io squisitamente in quella di sinistra.

Ma in lui rivedevo un incantesimo che avevo voluto rompere, intenzionalmente; nei lineamenti raffinati ma decisi che ben si adattavano con quel riflesso ramato dei capelli, nella spavalderia e nel tono perentorio con il quale tranciava ogni volta qualsiasi replica e che tanto mi innervosiva, ma dove sapevo riposava una insicurezza ricorrente e in quegli occhi di un fondo nero ammantati di durezza e che potevano abbassarsi di perdono quando pregavamo insieme. Non mi ero mai rassegnata al cambiamento.

Gli scontri tra noi erano all’ordine del giorno, fulminei e violenti, sul punto di trascinare via ogni argine che saldava la nostra amicizia, sul punto di rompere ogni anello che avevamo stretto nel corso di anni nella stessa comitiva, anni di confidenze e timori, attese e  aspirazioni, d’improvviso passavano come erano sopraggiunti, riparati nell’intervallo dal silenzio che intercorreva tra la rabbia e la ragione, e dopo conoscevo le parole e i gesti che scandiva per farmi capire che era passata.

Conoscevo il suo affetto ma non gli avrei mai dichiarato il mio. Era una domanda volutamente provocatoria quella di Manfredi che non perdeva occasione di aprire un dibattito con il Professore ma ad ogni modo, il Professore non se ne lasciava toccare. Come ogni cosa, la sosteneva, la soppesava e riformulava.

Dobbiamo cogliere le istanze che vengono dalla società; non chiudere, non respingere non reprimere ma capire. E voi giovani, particolarmente. Capire in quel momento sembrava l’unico ostacolo invalicabile. C’era ancora qualcuno disposto a capire? Vivevamo capovolti, in un mondo disorientato, affamato di ogni istanza, di ogni richiesta ed incapace di trovare delle risposte giuste, concrete.

Vivevamo una doppia vita, protetti dall’ambiente ovattato e sicuro di scienze politiche, e quando mettevamo piede fuori c’erano delle domande e delle ragioni che dovevano essere colmate. La realtà entrava nell’aula attraverso i nostri confronti. La realtà non poteva essere lasciata da parte. Eravamo noi, in quel momento e dovevamo farci i conti. 

Noi, anche arrabbiati, non rivoluzionari ma giovani irrequieti che volevano delle risposte, uguali ad altri giovani studenti di altre facoltà e di un’altra ideologia che cercavano le stesse ragioni con le loro domande. Muoverci in un mondo in fiamme. E voi cosa fate? Era il Professore a spronarci. A mandarci una sfida.

Ci aveva raccontato un episodio avvenuto a Terracina l’estate precedente. Un nostro coetaneo lo aveva fermato e ne era nata una piacevole discussione, i problemi del Paese, i giovani. Lui lo aveva ascoltato tutto il tempo. E tu che fai? Gli aveva chiesto alla fine.

Noi che facciamo, come possiamo essere una spinta propositiva per la società? La vedo pensierosa Maria Luisa. La nostra Facoltà al piano terra è disseminata di manifesti, avvisi di assemblee, tavole rotonde di cinema, è prevista una retrospettiva sulla nouvelle vague e Godard.

Il capo scorta Leonardi ci affianca immediatamente. Li conosciamo gli uomini della scorta. Alcuni di loro hanno la nostra stessa età e spesso rifletto sul lavoro che si sono scelti, che non hanno avuto modo di evitare. Vengono da famiglie del sud, tanti sacrifici e senso del dovere, così sapevamo e così noi li vediamo. Non ci fanno pesare mai nulla e ci lasciano tutto il tempo per stare con il Professore.

Preoccupata. Gli rispondo. Ho una voce straniata da qualche tempo e se ne era accorto subito. Non gli sfuggiva nulla. Ma in fondo non ce ne è motivo. Lo trovo rassicurante, quel suo fare paterno ma non mi convince, non questa volta. La tesi sta procedendo bene? La mia tesi: “Infermità di mente e pericolosità sociale, trattamento e rieducazione secondo il codice penale nel nuovo ordinamento penitenziale”.

Le visite ai nosocomi, un carico impegnativo per una giovane donna. Lo interrompo immediatamente. No Professore, non ricominciamo, ne abbiamo già parlato. Quando gli avevo presentato la mia richiesta, al termine di una lezione, mi aveva fatta accomodare per discuterne meglio. Ero perplessa. Non capivo il suo diniego.

Tritto ci osservava dalla cattedra intento a sistemare gli appunti e le dispense. Franco Tritto era il suo primo assistente. Non trovo vada bene. Rimasi irremovibile. Dovrebbe fare ricerche sul campo e non è l’ambiente più adatto.

Potrebbe accompagnarla il dott. Fortuna. Suggerì Tritto improvvisamente. Io sono impegnato con lei Professore ma se Fortuna fosse disponibile, come immagino. Ringraziai sommessamente Franco per essermi arrivato in soccorso.

Sente di poterla sostenere, Maria Luisa? Vedo, è molto determinata. Ci scambiammo un sorriso. Aveva ragione, ero determinata e non avrei mai deluso le sue aspettative. Sarà un percorso lungo; lo faremo insieme. Il percorso a dire la verità era cominciato quattro anni prima. Non so come fosse successo, mi accorsi che le lezioni del Professore erano la nostra storia.

Non erano eventi di colore che raccontava, non era la cronaca, era il nostro presente e cosa potevamo diventare. La classe se ne accorse sbalordita già quando il Professore aveva chiesto di avere tutti i nomi, faceva ogni volta l’appello, metodico e non ne aveva mai saltata una di lezione nonostante il ruolo politico che rivestiva o se c’erano delle dimostrazioni all’esterno della Facoltà tali da impedire la didattica ci dava appuntamento in altra sede per recuperare ma nessuna lezione sarebbe mai andata persa; era perentorio. Lo spazio che ci dava era importante. Dare spazio.

Eravamo liberi di esprimerci, parlare. Era quella presenza così discreta e quel suo muoversi, adagiato, riservato il capo reclinato, l’ironia e la premura, era questo: un affetto, a mia insaputa imprevedibile, resosi quotidiano e come sarei stata in grado di gestirlo? Non lo sapevo e gli ero affezionata. Quel bene che non avrei mai espresso; che non avrei confidato: sarebbe rimasto il mio bene.

La tesi procede, faticosamente ma sono in fase di conclusione. Per le cose occorre il tempo che occorre e la discuteremo a marzo, stai tranquilla. Cambia registro passando direttamente al tu. Lo fa così, credo non se ne accorga nemmeno o che lo renda perfettamente naturale; questa confidenza. Ora siamo arrivati all’uscita e deve proprio andare.

Per tutto puoi sempre telefonare al mio secondo assistente, il dott. Fortuna che mi era stato affidato dal Professore. Preciso e affidabile, è a mia completa disposizione. Mi accompagna nei manicomi per avere dei colloqui con i direttori e i pazienti, per raccogliere materiale e so di poterlo contattare in qualunque momento.

A casa tua con gli altri per un ripasso? Una conferma più che una domanda. Non mancheremo Professore. Bene, allora… Mi stringe rapidamente la mano. La stringo a mia volta. Solo questo. Una stretta fugace di mano. Eppure irrompe tutta. E permette che tutto torni calmo.

di Eloisa Sicilia

[1] Cfr. A. MORO, Il Giorno ( 20 gennaio 1977), “ Il bene non fa notizia, ma c’è”.

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