Questione di frontiere

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di Giada Pistilli

La settimana è iniziata con una notizia che ci riporta a una storia dove le frontiere europee erano ben marcate: l’Austria ha iniziato i lavori per la costruzione di un muro al confine con il Brennero per limitare l’accesso dei migranti provenienti dall’Italia.

Mentre eravamo impegnati ad accusare l’Unione Europea di preoccuparsi solo delle sue frontiere esterne, uno Stato membro avvia un logorante processo per il ripristino dei limiti nazionali. La realtà è che tutto il sistema è in crisi, sia dentro sia fuori l’Europa.

La dichiarazione del 18 marzo con la Turchia ha mostrato al mondo intero l’incapacità dell’Unione di far fronte alla crisi dei rifugiati. Un’Unione non abbastanza forte da imporre una decisione comune, affinché possa superare l’egoismo degli Stati membri, ma nemmeno abbastanza debole da respingere le accuse. La politica europea si trova in un limbo molto scomodo, lo stesso in cui attendono i rifugiati a Idomeni: il Parlamento Europeo si trova tra i due fuochi – Consiglio e Commissione Europea – proprio come i rifugiati si trovano in mezzo alle indecisioni europee e la morsa turca.

Al fine di ottenere un quadro chiaro di quello che sta accadendo, bisogna riconoscere come responsabili dell’accordo UE-Turchia i 28 Paesi membri. Infatti, non riuscendo ad applicare la decisione presa di ridistribuzione dei rifugiati nel territorio europeo, il Consiglio è sceso a compromessi con la prima porta del mar Egeo, con la promessa di un controllo regolare nel rispetto dei diritti umani e l’attuazione di un piano d’azione per lo stanziamento del finanziamento promesso. Nonostante le belle ambizioni, in poco più di una settimana sono stati denunciati già numerosi casi di violazioni dei diritti umani e rimpatri forzati, come il caso di un siriano di quarant’anni che ha denunciato di essere stato tenuto in isolamento in una cella del centro di Erzurum, per sette giorni, con le catene alle mani e ai piedi. “Quando ti incatenano in questo modo, ti senti uno schiavo, non più un essere umano”, ha dichiarato ai ricercatori di Amnesty International[1].

Attribuire lo status di “Paese terzo sicuro” alla Turchia sembra dunque sempre più inappropriato. Il Parlamento Europeo ritiene che l’applicazione di tale accordo debba passare sotto il controllo della EP Legal Affairs per garantirne la legittimità, appuntamento previsto per questa settimana durante la sessione plenaria di Strasburgo. A tal proposito, l’eurodeputata Barbara Spinelli ha sottoposto alla Commissione Europea tale domanda scritta: “Considerando che, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sedici profughi siriani, tra cui tre bambini, sono stati uccisi dalle guardie di frontiera turchi nel tentativo di raggiungere la sicurezza in Turchia;

Considerando che l’UNHCR ha evidenziato continue gravi lacune nelle condizioni procedurali e d’accoglienza in Turchia e Grecia, sottolineando che in tutta la Grecia, la quale è stata costretta ad ospitare un numero sproporzionato di rifugiati a causa della chiusura delle frontiere in rotta balcanica e il fallimento dello schema di ricollocazione UE, numerosi aspetti del sistema di accoglienza per le persone in cerca di protezione internazionale è ancora assente o non funzionante;

Mentre i ricercatori di Amnesty International nella Turchia meridionale hanno raccolto numerose testimonianze di siriani che hanno riferito che i loro parenti sono stati espulsi dal Paese in violazione del diritto internazionale, compresi i bambini non accompagnati;

Mentre l’accordo europeo con la Turchia è stato ritenuto illegale da Peter Sutherland, rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la migrazione e lo sviluppo internazionale, come anche il deportare migranti e rifugiati, senza prima considerare le loro richieste di asilo, violerebbe il diritto internazionale;

Secondo quali motivi la Commissione ritiene che mandare i migranti in Turchia non violerebbe il principio di non respingimento, che è vincolante per l’Unione europea?”

Le critiche all’accordo UE-Turchia giungono anche da un gruppo di ragazzi, i Giovani Federalisti Europei di Pescara. Questi ultimi hanno redatto un appello mirato a porre l’accento sulle specifiche tecniche che renderebbero tale accordo formalmente illegale, chiedendo così la sospensione dell’accordo. I GFE chiedono inoltre di cambiare l’approccio mostrato finora all’emergenza migratoria, una collaborazione unitaria per introdurre il prima possibile un meccanismo di redistribuzione dei migranti in arrivo, la votazione del meccanismo di controllo ex art. 218 TFUE (sulla compatibilità degli accordi internazionali) ed infine un impegno da parte del Presidente della Regione Abruzzo, Consiglieri Comunali e Sindaci di prendere posizione contro l’accordo in questione in favore di un’Europa solidale, multietnica e federale.[2]

[1] Rapporto Amnesty International http://www.amnesty.it/ue-rischia-di-rendersi-complice-nelle-violazioni-ai-danni-dei-rifugiati-arrestati-e-espulsi-dalla-turchia

[2] Giovani Federalisti Europei Pescara https://gfepescara.wordpress.com/2016/04/02/le-nostre-critiche-allaccordo-ue-turchia-perche-lo-riteniamo-illegale-ed-esigiamo-il-ritorno-delleuropa-ai-valori-dei-padri-fondatori/

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