Prigionieri sepolti vivi dal regime saudita

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Da oltre venti anni, il regime saudita detiene senza processo nove cittadini all’interno della prigione investigativa generale di al-Dammam. Sono privati di tutti i diritti legali e accusati senza prove. Abdul Karim Hussein al-Nemr (Ahsaa); Abdullah Ahmed al-Jarash (Qatif); Fadhel Said al-Alawi (Qatif); Mustafa Jaafar al-Muallem (Qatif); Ali Ahmed al-Marhoun (Qatif); Hussein Abdullah al-Mgheis (Qatif); Hani Abdul Rahim al-Sayegh (Qatif); Saleh Mahdi al-Ramadhan (Qatif); Mustafa Adnan al-Qassab (Qatif).

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La scorsa settimana, il regime saudita ha giustiziato 37 persone, in maggioranza sciiti, in relazione a presunti crimini di “terrorismo”. “La pena di morte è stata attuata su una serie accuse per adozione di ideologie terroristiche estremiste e la formazione di cellule terroristiche per corrompere e perturbare la sicurezza e per diffondere il caos e provocare conflitti settari.

Amnesty International ha dichiarato che l’esecuzione segna un’allarmante escalation nell’uso della pena di morte da parte del regime saudita. “L’esecuzione di massa di oggi è una dimostrazione agghiacciante del disprezzo insensato delle autorità saudite per la vita umana. E’ anche l’ennesima macabra indicazione di come la pena di morte venga utilizzata come strumento politico per schiacciare il dissenso all’interno della minoranza sciita del Paese”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttore per la ricerca in Medio Oriente di Amnesty International.

La maggior parte dei cittadini giustiziati erano uomini sciiti che sono stati condannati dopo processi fittizi che hanno violato gli standard internazionali del giusto processo e si sono basati sulle confessioni estorte attraverso la tortura. Tra i giustiziati c’era Abdulkareem al-Hawaj – un giovane sciita arrestato all’età di 16 anni e condannato per reati legati al suo coinvolgimento nelle proteste anti-governative.

Secondo Amnesty International, le famiglie non sono state informate in anticipo delle esecuzioni e sono rimaste sconvolte nell’apprendere le notizie. “L’uso della pena è ancora più scioccante quando viene applicato dopo processi iniqui o contro persone che avevano meno di 18 anni al momento del crimine, in flagrante violazione del diritto internazionale“, ha detto Maalouf. “Invece di accelerare le esecuzioni a un ritmo allarmante in nome della lotta al terrorismo, l’Arabia Saudita deve fermare immediatamente questa sanguinosa esecuzione e stabilire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni come primo passo verso l’abolizione completa della pena di morte”, ha aggiunto Lynn Maalouf.

Quest’anno, almeno 104 persone sono state giustiziate dall’Arabia Saudita – almeno 44 di loro sono cittadini stranieri. Nel 2018, l’Arabia Saudita ha effettuato 149 esecuzioni.

di Giovanni Sorbello

 

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