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Nuovi accordi strategici in Asia centrale

di Salvo Ardizzone

L’accordo siglato a maggio tra Cina e Russia, è stato interpretato sbrigativamente da molti commentatori come una svolta epocale, che sanciva la nascita di un asse geopolitico tale da spostare definitivamente gli equilibri del pianeta. Nella realtà, pur avendo conseguenze assai rilevanti, s’è trattato del risultato d’una temporanea coincidenza d’interessi fra il maggior consumatore d’energia del mondo (la Cina) e il maggior esportatore di gas naturale (la Russia); gli obiettivi strategici delle due potenze sono e restano destinati a scontrarsi per una molteplicità di ragioni che andremo a vedere più avanti. Inoltre, in questo confronto, chi ha perseguito meglio i propri interessi di lungo periodo è Pechino e non poteva essere diverso per due ragioni: nel mondo, anche se può parer strano, c’è gas e petrolio assai più di quanto se ne consumi e chi ha capitali, e l’intelligenza di saperli far pesare, detta le regole del gioco.

Mosca aveva due urgenze assolute, politiche ed economiche insieme: da un canto doveva rompere l’isolamento in cui Washington l’aveva cacciata, sfruttando la crisi ucraina e manovrando i Paesi europei come burattini; dall’altro era obbligata a trovare un altro sbocco alle sue esportazioni di gas, per oltre il 90% orientate verso l’Occidente, sia per un’ovvia ragione d’opportunità economica vista la crisi in corso, sia per dare credibilità alla minaccia di ritorsioni a fronte delle sanzioni della Ue. Certo, il canale si aprirà nel 2018, ma il messaggio politico c’era comunque tutto.

L’accordo non si limita alla vendita di 38 Mld di metri cubi di gas all’anno (in termini tecnici Gmc), ma prevede la realizzazione di un gasdotto (Power of Siberia) che collegherà gli enormi giacimenti di Irkutsk e Jacuzia a Vladivostok e di lì alla Cina; allo stesso tempo, questa operazione permetterà di aprire un canale di esportazione per ulteriore gas verso i mercati assai redditizi di Giappone e Sud Corea. Inoltre, la Cina interverrà con know-how e massicci capitali nello sfruttamento delle immense risorse della Siberia orientale (le riserve di gas sono calcolate in circa 3mila Gmc). Accanto a questo, è previsto anche l’incremento dell’oleodotto Siberia–Pacifico, che arriverà alla portata di 1,8 milioni di barili al giorno, per la metà destinati alla Cina e per il resto a Corea e Giappone. 

È tanto, ma Pechino ha ottenuto assai di più: intanto il prezzo, circa 350$ per 1000 mc, assai meno di quanto pagato sin’ora, ma l’importante è che con questa mossa ha messo mano alla soluzione radicale di molti problemi. La Cina ha una fame spasmodica di energia che al momento sazia per due terzi col carbone; deve sostituirlo drasticamente con gas pena l’asfissia delle sue città (Pechino in testa) che di già sono praticamente invivibili. Il suo approvvigionamento principale avviene per mare (con costi assai alti e con rischi strategici rilevanti) e dall’Asia Centrale (Turkmenistan, per il gas, Kazakistan per il petrolio), da cui a breve arriveranno quantitativi assai più rilevanti che dalla Russia (solo di gas almeno 65Gmc).

Il fatto è che questi Stati hanno avuto tutto da guadagnare dalla rivalità fra Russia e Cina, da un canto affrancandosi da Mosca, che un tempo monopolizzava tutta la loro produzione commercializzandola in proprio, dall’altro sfruttando la necessità d’energia di Pechino. Aprendo un canale alternativo siberiano, il Dragone li ha ricondotti a miti consigli, continuando al contempo ad investire massicciamente nell’estrazione delle loro risorse, che considera assolutamente primarie.

Inoltre, è attraverso loro, grazie ai legami sempre più stretti con cui li avvince (in Kazakistan controlla già la maggior parte delle società petrolifere e assorbe il 75% dell’immensa produzione di gas turkmena, oltre a un’infinità di altri investimenti), che intende realizzare il suo principale progetto strategico: la Via della Seta, destinata a collegarlo con il Medio Oriente, il Mediterraneo e l’Europa;  una serie di colossali infrastrutture viarie, ferroviarie, di gasdotti ed oleodotti, e molte altre opere ed investimenti collegati, per unire i mercati e le economie dell’Eurasia sotto il controllo di Pechino. Un progetto di valenza globale, reso possibile dall’immensa forza finanziaria cinese e dalla rete di rapporti intessuta con pazienza e determinazione, che si scontra, escludendola, con l’Unione Eurasiatica caldeggiata da Mosca con risorse infinitamente inferiori.

È un’incursione in quello spazio ex sovietico che la Russia considera il suo cortile di casa in Asia, e che condurrà inevitabilmente, visti i rapporti di forza, in uno scontro che ridimensionerà drasticamente le ambizioni e le aspirazioni del Kremlino.

Questi ambiziosi progetti di indipendenza energetica e di proiezione economica e politica planetaria, da realizzare grazie ad una egemonia sull’Asia Centrale, ha il suo fulcro nello Xinjiang, la regione più occidentale della Cina, e qui si tocca un tasto dolente per Pechino. È un territorio immenso e quasi spopolato, 1.660mila chilometri quadrati con soli 22 milioni d’abitanti malgrado un’immigrazione forzata che ha portato l’etnia han (cinese) a 8,5 milioni, mentre gli Uiguri, il popolo autoctono di origine turca e religione musulmana, sono circa 10,5 milioni.

Cosciente dell’importanza strategica del territorio, il Governo centrale ha cercato di modernizzare e sviluppare la regione, soprattutto nel Nord, dove sono stati scoperti consistenti giacimenti petroliferi; ma le politiche adottate si sono risolte in un vero e proprio colonialismo che ha favorito gli immigrati cinesi emarginando gli Uiguri.

In questo contesto è stato inevitabile che si sviluppassero movimenti di ribellione e, con Pakistan ed Afghanistan vicini, che nascessero cellule terroristiche; da ottobre del 2013, più volte le città cinesi dell’Est sono state insanguinate da attentati portati a termine da gruppi che hanno voluto imporre il problema uiguro sulla scena nazionale, sottraendolo alla stretta censura imposta nello Xinjiang.

Per Pechino, mantenere il pieno controllo di quel territorio è imperativo: è impensabile che tolleri un focolaio d’instabilità nella regione da cui intende far partire i più ambiziosi progetti strategici del Paese; purtroppo, la risposta che intende dare è solo quella della repressione. Ancora una volta sarà un piccolo Popolo a pagare i sogni di grandezza di una grande Nazione.   

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