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Netanyahu: l’ombra della guerra è la sua ultima carta

A meno di quattro mesi dalle elezioni per la Knesset (parlamento monocamerale d’Israele), i sondaggi mostrano che la coalizione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu non ha ancora raggiunto la maggioranza parlamentare. Questa tendenza ha alimentato le speculazioni su una possibile escalation delle tensioni regionali per rimodellare il panorama politico, sebbene i vincoli interni, regionali e statunitensi rendano tale strategia dispendiosa.

Le prossime elezioni potrebbero rappresentare la prova politica più significativa per Netanyahu dall’operazione del 7 ottobre. A differenza del passato, quando si affidava alla sua immagine di “leader della sicurezza” di Israele per superare le crisi politiche, ora la sicurezza è diventata la sua maggiore vulnerabilità politica.

Sondaggi recenti pubblicati da Maariv e dall’Istituto di ricerca Lazar indicano che la coalizione di governo rimane al di sotto della soglia di 61 seggi necessaria per la maggioranza. La maggior parte dei sondaggi prevede che il blocco di Netanyahu ottenga dai 48 ai 51 seggi, mentre l’opposizione avrebbe maggiori possibilità di formare un governo se rimanesse unita.

Questi dati indicano non solo una potenziale sconfitta elettorale, ma anche l’erosione del capitale politico di Netanyahu. Un sondaggio di Maariv ha rilevato che il 55% degli intervistati ritiene che dovrebbe dimettersi da leader del Likud, una percentuale significativa per un politico che ha dominato la politica israeliana per oltre due decenni.

Netanyahu verso un’escalation delle crisi regionali?

Storicamente, la risposta non è un semplice sì o no. Netanyahu ha ripetutamente considerato la sicurezza come il suo principale punto di forza elettorale. Ogni volta che il clima politico gli è risultato sfavorevole, ha cercato di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle questioni interne alle minacce esterne. Questo schema è stato evidente in relazione a Gaza, al Libano e al programma nucleare iraniano.

Oggi, tuttavia, le circostanze sono diverse. In primo luogo, l’opinione pubblica israeliana non ha dimenticato i fallimenti dell’intelligence e della sicurezza del 7 ottobre. In secondo luogo, dopo mesi di guerra, la società israeliana è sempre più preoccupata per i costi economici e umani di un ulteriore conflitto. A differenza del passato, non vi è alcuna garanzia che una nuova crisi di sicurezza possa aumentare la popolarità di Netanyahu.

L’Iran rimane una delle variabili chiave in questa equazione. Un rinnovato confronto con Teheran potrebbe consentire a Netanyahu di presentarsi nuovamente come un leader in tempo di guerra. Tuttavia, uno scenario del genere si scontra con seri ostacoli, tra cui la potenziale risposta dell’Iran, i costi economici della guerra, le pressioni statunitensi per prevenire un conflitto più ampio e l’opposizione di alcune frange dell’apparato di sicurezza israeliano.

Equilibrio di potere regionale tra Ankara e Tel Aviv

Insieme all‘Iran, la competizione con la Turchia è gradualmente diventata un altro elemento chiave della strategia regionale di Israele. A seguito degli sviluppi dell’ultimo anno, la rivalità sul futuro della Siria, sul Mediterraneo orientale e sull’equilibrio di potere regionale tra Ankara e Tel Aviv si è intensificata. Tuttavia, si prevede che questa competizione rimarrà incentrata su operazioni di intelligence, pressioni diplomatiche e scontri per procura, con una probabilità di conflitto militare diretto che rimane bassa, almeno nel breve termine.

Un altro fattore chiave è la posizione degli Stati Uniti. Contrariamente alle supposizioni comuni, Washington è più preoccupata di preservare la stabilità regionale ed evitare un conflitto che potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un’altra crisi, piuttosto che delle sorti politiche personali di Netanyahu. Sebbene gli Stati Uniti sostengano la sicurezza di Israele, non ci si aspetta necessariamente che appoggino azioni militari intraprese principalmente per scopi di politica interna.

Le elezioni di ottobre non sono solo una competizione tra i partiti politici israeliani; sono anche un referendum sul bilancio della sicurezza di Netanyahu. Se gli attuali sondaggi dovessero confermarsi, nei prossimi mesi dovrà trovare un modo per cambiare il sentimento dell’opinione pubblica. Non è ancora chiaro se ciò avverrà attraverso successi diplomatici, operazioni militari limitate o un’intensificazione delle tensioni regionali.

Quel che è certo è che, fino al giorno delle elezioni nei territori occupati, ogni sviluppo in materia di sicurezza regionale dovrebbe essere valutato non solo in base alle sue dimensioni militari, ma anche alla luce dei calcoli elettorali di Netanyahu.

di Redazione

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