Naza, il cinema porta a galla la realtà

In questi giorni sta facendo discutere il nuovo documentario “Naza”, basato sulle testimonianze criminali dell’intelligence israeliana. “Naza” è il termine con cui l’esercito sionista indica le vittime collaterali a Gaza; interi nuclei familiari massacrati per colpire un presunto obiettivo strategico.
Testimonianze
A spiegarlo con precisione sono i militari sionisti, corpi speciali che agiscono da remoto, che mettono in atto la macchina dello sterminio capillare e rodata negli anni grazie alla tecnologia e, ultimamente, anche grazie all’intelligenza artificiale. “Naza” serve a dimenticare gli obiettivi e indica la sola cosa che sa fare il regime sionista: ammazzare.
Uccidere il più alto numero di palestinesi possibile nell’indifferenza del mondo occidentale, deumanizzando un’intera popolazione e, in alcuni casi, uccidere divertendosi. Perché è così che molti israeliani sono cresciuti: odiando e andando orgogliosi di quell’odio, cani rabbiosi di vendetta.
A raccogliere le parole di questi militari, tra cui anche donne, sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori di “No Other Land”, realizzato insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal.
Gli autori hanno messo in guardia: “È molto importante avere una corposa distribuzione in Italia perché è uno dei pochi Paesi, insieme alla Germania, che blocca le sanzioni contro Israele”. L’asservimento italiano non conosce vergogna visto che ospita, per le vacanze, criminali sionisti con tanto di scorta della polizia di stato.
Naza e la “pulizia”
Nel film si sente ripetere spesso: “È una pulizia”, “Dovevamo pulire”. Dopo aver ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, della loro esistenza, della loro memoria. L’altra parola è “Uccidere.” Raccontano come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, con le mani imitano i corpi che cadevano al suolo come quel bambino ammazzato senza ragione e il corpo mangiato dai cani.
I racconti dei criminali sionisti sono ripresi di notte, mentre le immagini rimandano alla vita tranquilla di Tel Aviv con i locali pieni di gente e il traffico Riaffiora il senso di disumanità di un intero popolo, una quieta e drammatica indifferenza rispetto a quanto accade a 60 chilometri di distanza.
di Sebastiano Lo Monaco



