Nasrallah, l’infanzia tra la povertà di Beirut

Nel secondo anniversario del martirio del Segretario Generale di Hezbollah, Seyyed Hassan Nasrallah.
Prima che la sua voce raggiungesse le case del Libano e della regione attraverso gli schermi televisivi, prima che il suo nome fosse associato alla Resistenza e alla politica, Hassan Nasrallah trascorse l’infanzia in un angolo povero della parte orientale di Beirut; un quartiere le cui case, secondo il suo stesso racconto, erano fatte di legno e lamiera. Visse negli stessi vicoli per circa quindici anni; tra case anguste e vite che potevano sembrare semplici da lontano, ma ognuna portava con sé la propria storia di migrazione e privazioni.
In un’intervista del 2012 con Julian Assange, quando la domanda si spostò sui suoi primi ricordi e sugli anni dell’infanzia, Nasrallah parlò di un quartiere in cui i confini tra clan e nazioni, almeno nella vita di tutti i giorni, si intrecciavano: sciiti e sunniti, cristiani e armeni, curdi, libanesi e palestinesi.
Per lui, i palestinesi non erano solo nomi sui giornali o sui titoli politici. Erano vicini di casa provenienti da Haifa, Acri, Gerusalemme e Ramallah; persone che avevano portato con sé il nome della loro città, ma si erano lasciate alle spalle la loro casa.
Forse parte delle radici della sua successiva visione della Palestina vanno ricercate qui: non nelle sale di negoziazione o nelle mappe militari, ma in un vicolo povero di Beirut, tra famiglie che vivevano lo sfollamento non come un concetto politico, ma come una realtà quotidiana.
Il quartiere si chiamava “Shershbok”, un quartiere multietnico e disagiato che per il giovane Hassan Nasrallah era molto più di un semplice luogo in cui vivere. Fu la sua prima finestra sulla povertà, la discriminazione, la migrazione forzata e il significato della ricerca della giustizia.
di Redazione



