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Muhammad il Messaggero di Dio, il nuovo colossal sulla vita del Profeta

di Marcello de Angelis

Majid Majidi non è un regista qualunque. Da molti è considerato il miglior regista iraniano vivente, sicuramente è il più premiato. Nel 1998 ebbe una nomination all’Oscar con I ragazzi del Paradiso, come miglior film straniero. La giuria alla fine gli preferì Roberto Benigni, con il suo film tragico farsesco sull’Olocausto La vita è bella. E la scelta non fu priva di ovvi commenti polemici.

In seguito Majidi ha continuato a ricevere riconoscimenti a livello mondiale, dal Canada all’India. Nel 2007 venne invitato a partecipare al NatFestival di Danimarca, proprio quando scoppiò la polemica sulla pubblicazione delle vignette sul profeta Mohammad che destarono rabbia e scandalo in tutto il mondo islamico e che vennero invece riprese e rilanciate dal Charlie Hebdo e altre pubblicazioni europee.

In quell’occasione Majidi comunicò pubblicamente la decisione di ritirare il proprio film da una competizione che si svolgeva in un Paese che aveva deciso di dichiarare legittimo “l’insulto alle fede religiosa in generale e in particolare ai valori dai quali si riteneva guidato nella sua vita e nella sua opera”.

Dinanzi però alle reazioni e alle minacce che provenivano da alcuni settori del mondo islamico, volle prendere nettamente le distanze da qualsiasi atteggiamento violento e lanciò l’idea di rispondere alle provocazioni con le armi che riteneva più consone alla sensibilità islamica e cioè quelle della cultura e nello specifico della sua personale professione artistica. Così ebbe inizio il progetto di realizzare una trilogia sulla vita del Profeta, concepita per un pubblico internazionale e con il fine di far conoscere la vera essenza dell’Islam a chi la ignora.

Secondo Majidi è necessaria una presa di coscienza da parte dei produttori cinematografici musulmani dinanzi al fatto che “la sensazionalizzazione di un falso Islam violento e assassino sta falsando la percezione globale dei musulmani agli occhi del resto del mondo”.

“Ci sono stati 200 film su Gesù Cristo, 100 che parlano di Mosè, direttamente o indirettamente, 42 su Buddha, ma solo due su Muhammad”, ha rimarcato Majidi.

Il film più noto sulla vita e le opere del Profeta è stato Il Messaggio di Mustafà Akkad, regista siriano naturalizzato statunitense forse più noto per la realizzazione de Il leone del deserto. Il Messaggio venne girato in due versioni in contemporanea, una araba e con attori arabi e una in inglese con star internazionali come Anthony Quinn e Irene Papas.

Poco noto fuori dal mondo islamico il lungometraggio di animazione Muhammad, l’ultimo profeta, del 2002, prodotto dalla Badr International e diretto da Richard Rich, regista di Red e Toby, nemiciamici e Taron e la pentola magica.

Il nuovo film di Majidi, presentato nelle sale iraniane ad agosto, è solo la prima “puntata” della trilogia e si concentra sull’infanzia e la prima adolescenza del Profeta. Il costo della realizzazione ha fatto molto parlare: con i suoi 40 milioni di dollari di spesa si tratta sicuramente della produzione iraniana più costosa della storia.

Eppure è ben poca cosa in confronto ad altri colossal cinematografici di carattere religioso, come i più recenti Noah ed Exodus. E che ci sia un mercato interessante lo dimostra l’annuncio di una casa di produzione del Qatar che impegnerà la somma di 1,200 milioni di dollari per la realizzazione di una Opera Omnia cinematografica sulla profezia abramitica fino al suo “sigillo”, ossia Mohammad, ultimo dei profeti.

Anche Majidi, nella realizzazione del film – in cui ha coinvolto maestranze italiane di fama internazionale, come il pluripremiato direttore della fotografia Vittorio Storaro (vincitore di tre premi Oscar per Apocalypse NowReds e L’ultimo imperatore) e il direttore del montaggio Roberto Perpignani – ha incontrato ostacoli tecnici imposti dalla corretta applicazione delle norme islamiche sulla rappresentazione delle persone sacre.

Nell’arte cinematografica esiste già in sé una sorta di “innovazione” rispetto alla originaria interpretazione che vietava la rappresentazione figurativa di ogni cosa creata, interpretazione che dette sviluppo alla straordinaria arte decorativa islamica basata su motivi geometrici e floreali che è considerata all’origine dell’arte astratta. Anche nella calligrafia molti grandi maestri svilupparono com’è noto la prassi di iscrivere versi poetici e citazioni coraniche all’interno di forme che richiamavano esseri viventi o scene di vita, così da evocarne l’idea contenuta nella forma.

Nella tradizione persiana questo divieto della raffigurazione non è mai esistito, anche se nelle scene pittoriche che rappresentano la vita e le opere di Mohammed, il volto del Profeta appare sempre coperto da un velo o da una luce che ne occulta le fattezze.

Nel cinema però c’è un problema maggiore e cioè come far “agire” personalità a cui spetta un rispetto sacro all’interno delle scene descritte. Nel già citato kolossal Il Messaggio, ad esempio, del Profeta non si vedeva la persona e nemmeno l’ombra – che ne accennerebbe le fattezze – né si udiva direttamente la voce. Quando gli altri personaggi della storia si rivolgevano a lui, guardavano direttamente in camera come se l’azione fosse vista dal Profeta in presa diretta.

Majidi ha scelto una strada intermedia. Nelle immagini dell’infanzia di Mohammad si vedono solo i piedi e le mani e nell’adolescenza la testa vista da dietro.

Per i “critici” non avvezzi a fare lo sforzo di porsi in un punto di osservazione diverso da quello banale e convenzionale, questa limitazione viene considerata una eccentricità risibile alla soglia della superstizione, eppure la considerazione di alcuni dottrinari secondo cui ci sarebbe il rischio che “un attore che interpreta il profeta possa in seguito interpretare un personaggio negativo, come un criminale…” non è del tutto peregrina.

Basterebbe andarsi a vedere un film attualmente in programmazione su Sky, Il figlio di Dio di Christopher Spencer, dove Gesù è una sexy copia di Brad Pitt in versione hippy, Maria Maddalena è una modella latina e la Vergine Maria un’avvenente signora con labbra a canotto e naso rifatto, per rendersi conto che per chi abbia una considerazione seria della sacralità il problema è fondato.

Majidi assicura che ogni singola scena e anche i dialoghi hanno passato un’accurata verifica dottrinaria e il vaglio di numerose autorità religiose sciite e sunnite. Questo non è stato sufficiente per alcuni esponenti sunniti, che comunque sostengono che la rappresentazione indulga ad una versione sciita della ricostruzione storica.

Majidi ha, per sua stessa ammissione, voluto sottolineare in particolar modo i punti di contatto e di incontro tra le religioni monoteiste e quindi la tolleranza, se non addirittura compiacenza, mostrata dal Profeta nei confronti del Cristianesimo e dell’ebraismo. E questo potrebbe dar fastidio a molti, su tutti i fronti, in questo momento in cui, come mai prima nella storia, si profondono energie politiche, economiche e mediatiche, per alimentare e legittimare una guerra di sterminio reciproco che – ad avviso di Majidi – è l’opposto del messaggio del vero Islam.

La distribuzione del film, rassicura, è comunque già stata richiesta da importanti Paesi sunniti, come la Turchia, la Malesia e l’Indonesia.

Il film, in Iran, è già campione di incassi. E malgrado il boicottaggio che potrà subire da alcuni canali “occidentali” e dagli avversari politici dell’Iran, considerando che al mondo ci sono più di un miliardo di musulmani è legittimo immaginare che anche dal punto di vista commerciale l’operazione sarà un successo.

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